novembre 22, 2011

Tecnicismi

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Il governo Monti è frutto di un fallimento: il fallimento conseguito da una classe dirigente che ha ridotto il paese sull’orlo del baratro, ad un passo dal default finanziario. Possiamo disquisire per ore sulle responsabilità individuali, sul clima politico infernale che è stato sapientemente costruito negli ultimi vent’anni, sull’ondata speculativa delle ultime settimane e sui presunti gesti di responsabilità del tutto tardivi. Un dato però è certo: la politica è stata esautorata dalle sue funzioni per manifesta incapacità, e su questo gli italiani dovranno riflettere in prossimità del voto.

Se tale premessa è d’obbligo, una premessa che a ragion veduta ci consente di sostenere un pugno di tecnici nell’azione di risanamento e riscossa nazionale acclamandoli come liberatori, bisogna tuttavia ammettere che le modalità con cui è stato eseguito il passaggio di consegne dovrebbero indurre l’intera collettività ad una riflessione. Perché sì, non v’è dubbio, la nostra è una repubblica parlamentare ed il presidente Napolitano ha agito nel solco della Costituzione, avendo ben chiare le prospettive del momento; ma in un paese normale – per usare un’espressione cara all’area dalemiana – l’idea che un Esecutivo scelto dal popolo, quale esso sia, venga ribaltato improvvisamente in virtù di un clima di sfiducia proveniente dai mercati, avrebbe indotto qualche considerazione assai poco lusinghiera. Perché i mercati non sono né di destra né di sinistra, ma valutano l’affidabilità finanziaria di un paese. E se i mercati, di punto in bianco, riescono a ribaltare la volontà popolare, forse qualche meccanismo nell’assetto democratico necessità di un rodaggio.

Non è una presa di posizione: è un invito alla riflessione, tra l’altro condiviso da alcuni esponenti della sinistra liberal internazionale. Dalle colonne di New Statesman, Richard Morris ha scritto:

«Poiché i mercati sono costituiti dai banchieri stessi che hanno portato l’economia mondiale in questo pasticcio, non sono del tutto convinto che essi siano il gruppo maggiormente accreditato per prendere le decisioni sulla leadership in nome del popolo italiano».

Un’opinione in parte condivisa da Ross Douthat, che sulle pagine del New York Times ha descritto l’andazzo europeo alla stregua di uno scenario paranoico da incubo.

«La stabilità potrebbe essere raggiunta a spese della democrazia: i rituali dei parlamenti e delle elezioni andrebbero mantenuti, ma il vero potere decisionale passerebbe definitivamente alle forze del cosiddetto " gruppo di Francoforte "- una cerchia ristretta ad hoc, composta dalla tedesca Angela Merkel, dal francese Nicolas Sarkozy e da un gruppo di banchieri e funzionari europei».

Una prospettiva non molto esaltante, distante anni luce da quel governo “del popolo, dal popolo, per il popolo” di lincolniana memoria.

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