Sulla querelle diplomatica fra Gerusalemme ed Ankara molto è stato scritto. Anche su queste colonne, in momenti diversi ed in contesti differenti, abbiamo tentato di ricostruire una frattura internazionale e di analizzare le ragioni che hanno portato alla formazione di vistose crepe nell’arco di un’alleanza precedentemente ritenuta stabile. Un approccio alternativo lo ha fornito dalle colonne dell’Huffington Leon Hadar, intento a valutare in una prospettiva realista quanto la dottrina politica elaborata da Erdogan sia conforme oggigiorno al disegno originario del Padre di tutti i turchi, Mustafa Kemal.
«E’ molto probabile che Ataturk avrebbe approvato gran parte della politica estera perseguita da Erdogan. O per dirla in termini più concreti, che la maggior parte delle decisioni prese da Erdogan – rimanere in ambito NATO, migliorare i legami strategici con i vicini, continuare la campagna per l’adesione all’Unione Europea, rafforzare la posizione economica del paese in Medio Oriente, ribadire una “fiducia da verificare” nell’approccio alle politiche nucleari dell’Iran, condizionare il mantenimento del partenariato con Israele al trattamento dei palestinesi – si sarebbe adattata al tipo di realpolitik abbracciato da Ataturk e dai suoi laici successori politici. [...] In ogni caso, l’idea che esista una relazione diretta tra l’ideologia islamista dell’attuale governo turco e il deterioramento nel rapporto con lo Stato ebraico deriva dal falso mito di un “rapporto speciale” esistente fra Ankara e Gerusalemme. La Turchia non ha mai considerato Israele come un alleato, bensì semplicemente come un altro giocatore importante a livello regionale, un giocatore che condivide alcuni interessi reciproci. La necessità di contenere la pressione dei nazionalisti arabi guidati dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser, e sostenuti dall’Unione Sovietica, ha contribuito in passato a rafforzare la cooperazione israelo-turca durante la Guerra Fredda. Ma anche allora, il rapporto ha subito una battuta d’arresto quando la Turchia ha declassato il suo rapporto con Israele dopo la formazione del Patto di Baghdad con l’Iraq nel 1955».
La tesi di fondo dunque è che non vi sia una comunanza di vedute o una forma mentis unica, quanto piuttosto – in determinati momenti storici – una capacità delle rispettive leadership di trovare una sintesi su alcuni punti di fondamentale interesse.














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