giugno 22, 2011

Ritirata

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La credibilità internazionale è un valore cui la politica italiana non può rinunciare. Forse è l’ultimo baluardo che consente a questo fortunato paese di esercitare un ruolo attivo nel palcoscenico mondiale. L’esercizio delle funzioni di governo, ovviamente, impone delle scelte. Esse possono essere talvolta onerose, possono cioè portare ad un braccio di ferro con soggetti un tempo ritenuti interlocutori affidabili, ma è il prezzo da pagare per la responsabilità che deriva dalle istituzioni. In Libia il Presidente del Consiglio poteva tirarsi indietro e ripudiare la guerra per diverse ragioni: il passato coloniale, le eccessive ed ostentate ambizioni di Sarkozy, gli interessi economici nazionali, gli accordi di pace ed amicizia da poco ratificati con Gheddafi, l’assenza di un obiettivo strategico, la scarsa conoscenza delle forze di resistenza e, per finire, la legittimità di una risoluzione che – almeno teoricamente – non riconosceva alcuna possibilità di regime change. Berlusconi poteva intervenire ed arrestare la nostra partecipazione, poteva, ma non l’ha fatto, avallando piuttosto una spedizione punitiva internazionale, i cui caratteri apparivano fin da principio abbastanza farseschi.

Sulle colonne di questo blog, qualche giorno fa, avevamo evidenziato i progetti della Casa Bianca circa un immediato ritiro di effettivi dall’Afghanistan. E’ interessante, in questa prospettiva, analizzare l’approfondimento del Time curato da Tony Karon. Nonostante le rimostranze dell’esercito, assai ostile all’idea di abbandonare proprio ora il controllo del territorio, alla vigilia della “stabilizzazione regionale” Obama avrebbe optato per l’inversione di tendenza, per il ridimensionamento del contingente di stanza a Kabul. I motivi sono semplici: le operazioni belliche iniziate dall’amministrazione Bush avevano un fine troppo ambizioso secondo il leader democratico, giacché la ricostruzione del tessuto nazionale di una realtà spesso indicata quale cimitero degli imperi era un’operazione non propriamente ordinaria; inoltre l’impatto economico del conflitto sulle finanze di Washington ha comportato oneri pari a 100 miliardi di dollari annui, una cifra considerevole che, stando alle fonti dell’establishment governativo, potrebbe essere riutilizzata in futuro in maniera produttiva, al fine d’invertire il ciclo di crisi economica e contrastare la stagnazione americana; se a ciò aggiungiamo l’impatto emotivo ed i dubbi sugli equilibri futuri data l’inaffidabilità degli interlocutori, tirando le somme arriviamo a comprendere le motivazioni che indurrebbero Obama a questa agognata misura.

Ciò che sorprende è la coincidenza simmetrica dei casi: in Italia Maroni chiede di sospendere la missione in Libia per ottenere quel patrimonio necessario a riformare il sistema fiscale nazionale, dando spinta ed energia al paese, posta l’inutilità del conflitto. Non discuto nel merito le misure adottate dal governo, su cui ho obiettivamente ampi dubbi, mi limito piuttosto ad evidenziare come Obama sia acclamato dalla stampa liberal nazionale, mentre per il ministro degli Interni sia sempre pronta una sorta di scomunica dei salotti buoni dell’informazione nazionale. Ça va sans dire.

Update: Marta Dassù.

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