“Sono cambiati, siamo cambiati, il mondo è cambiato”. Poche parole sono bastate a Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations, per ridurre di fatto il rango e l’importanza del partenariato strategico fra Stati Uniti e vecchio continente. L’Europa, in preda ad una crisi strutturale e congiunturale che ha generato – secondo alcuni opinionisti d’oltreoceano – una vera e propria agonia economico-finanziaria, ha perso negli anni la capacità di costituire una valida alternativa nella ripartizione delle responsabilità legate al mantenimento della sicurezza collettiva. Per questo Haass è giunto a teorizzare un inevitabile declino, i cui segni apparirebbero già adesso nitidamente all’orizzonte: lo scarso contributo logistico delle truppe europee, incapaci di gestire autonomamente le situazioni delicate all’interno di un conflitto, e la perduta centralità strategica, a fronte della sfida lanciata dalle grandi potenze asiatiche, testimonierebbero in tal senso il ruolo marginale che spetterebbe a Roma, Londra, Berlino e Parigi nella politica internazionale di questo secolo. Ciò però non dovrebbe implicare una revisione dell’approccio privilegiato da parte americana, semmai, secondo Haass, occorre evidenziare la necessità di superare la fase delle illusioni, giacché un ordine internazionale non si può mantenere senza l’esatta contezza dell’equilibrio delle forze.














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