
Contrariamente a quanto affermano alcuni organi di stampa a livello nazionale, la dottrina Obama c’è, esiste e segue un copione ben definito. Non è una forma illusoria e patinata di un’improvvisazione calata dall’alto. E’ piuttosto il prodotto delle diverse correnti presenti nell’amministrazione, una soluzione intermedia, temperata dal carisma e dalle scelte del leader. In tal senso, illuminante è stato l’articolo pubblicato da Ryan Lizza sulle colonne del New Yorker. Nel riassumere le sfide affrontate da Washington durante gli ultimi anni, l’editorialista statunitense ha dipinto perfettamente i blocchi esistenti in seno al governo democratico: le obiezioni e i veti del Dipartimento di Stato, le improvvise decisioni solitarie di Obama, il repentino cambio di programma sull’onda degli sconvolgimenti mediorientali, la contrarietà di alcuni segmenti importanti della sicurezza nazionale all’impegno in determinati teatri di guerra. Tutto questo ha alimentato in me una convinzione, ossia l’assoluta coerenza della strategia imposta dallo Studio Ovale. Una strategia basata sulle correzioni di rotta.
Il meccanismo è scientifico ed i riscontri in tal senso non mancano. Obama riteneva necessario disimpegnare il paese dalle zone di conflitto più pericolose, Iraq e Afghanistan, indipendentemente dal raggiungimento o meno dell’obiettivo nelle missioni. Quelle guerre non sono mai state percepite come indispensabili: di conseguenza alimentare una querelle a mezzo stampa dopo la palese contestazione delle ardite manovre estere dei repubblicani era del tutto controproducente per la nuova amministrazione. Bisognava allora rinsaldare i rapporti, riagganciare i legami, con quegli Stati che progressivamente erano stati ridotti a “paesi periferici”. Da qui il famoso discorso del Cairo e l’anacronistico distacco nei confronti dell’Onda verde, che aveva apertamente contestato, per la prima volta nella storia dai tempi di Ruhollah Khomeini, il regime degli ayatollah.
Poi il clamoroso colpo di coda: Tunisia, Egitto, Libia e Siria sono cadute come in un risiko (per le ultime due, in realtà, è più corretto evidenziare la fase di transizione in corso: è innegabile però che il mutamento politico profondo abbia attecchito in realtà sociali all’interno delle quali anche il solo miraggio democratico appariva frutto d’utopia). Un moto di protesta continuo, trasversale, diffuso, ha sorpreso e mutato gli equilibri in gioco, innescando la cosiddetta Primavera Araba. Che fare? Obama ha deciso di procedere a macchia di leopardo: per ogni nazione una strategia diversa, dettata dalla realpolitik e dagli interessi a lungo respiro sotto il profilo geopolitico. Attenzione però al messaggio implicito che è stato lanciato. L’abbandono di Hosni Mubarak, ritenuto “bollito” da parte dell’establishment democratico, ha indirizzato un pessimo monito ai leaders autoritari vicini al governo a stelle e strisce: se dovesse succedere qualcosa, Washington non interverrà in maniera risoluta, né tanto meno concederà un’adeguata copertura ad eventuali e brutali repressioni. Paradossalmente proprio l’Iran, l’acerrimo nemico regionale, risulterebbe in questo gioco delle parti l’ultimo beneficiario di una politica estera dalla manica larga in tema di diritti umani.
Obama si è trovato dunque sulla retroguardia in virtù di una politica estera di “esitazione, ritardi e indecisione, segnata da appelli lamentosi alla (fittizia) comunità internazionale” (Charles Krauthammer). Proprio in questo frangente storico, però, le forze di sicurezza sono riuscite ad ottenere un risultato eclatante: l’assassinio di Osama Bin Laden ha chiuso simbolicamente un’era, che potremmo ribattezzare in prospettiva storica “il decennio del Terrore”. Il XXI secolo si è aperto con la brutale sfida lanciata dal terrorismo integralista nei confronti dell’occidente crociato e capitalista. Per tanto, troppo tempo, si è tentato di ridurre la portata culturale e morale della sfida in atto. Dietro ad un relativismo di facciata vi era la paura atavica di ripristinare vecchie categorie di guerra ormai in disuso nel contesto atlantico: una fra tutte, la categoria del nemico. Con l’azione di intelligence messa in atto dai servizi segreti americani sotto la guida della Casa Bianca è stata posta la parola fine ad un’importante parentesi oscura. Guai però a pensare, parafrasando impropriamente Fukuyama, di essere alla fine della storia. Il terrorismo è un’idra. Abbiamo decapitato una testa del mostro, non abbiamo ancora abbattuto la bestia.















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