Si possono assumere due posizioni pienamente comprensibili in merito alla questione della moschea a Ground Zero. Il tema è spinoso, giacché riguarda un evento avvenuto nel passato prossimo e, pertanto, non pienamente metabolizzato dai cittadini di New York. L’Undici Settembre non è ancora una fotografia; appare, anzi, come una ferita aperta che condiziona, quasi quotidianamente, le scelte dell’amministrazione americana. Le operazioni in Afghanistan, in Iraq, l’impegno costante in Medio-Oriente, derivano perlopiù dall’offensiva di Al Qaeda e dalle scelte di rimando effettuate dalla Casa Bianca.
Alla luce di quanto detto, tutte le opinioni hanno pari dignità: si può essere favorevoli alla costruzione dell’edificio, difendendo a spada tratta la libertà di culto e proponendo – nel lungo periodo – un dialogo con quelle correnti dell’islam moderato che ambiscono a gestire tale progetto; o si può essere contrari, adducendo la sacralità del luogo. D’altronde, come ha scritto Charles Krauthammer, «Ground Zero rappresenta il sito del più grande omicidio di massa della storia americana».
Singolare appare, invece, la posizione del Presidente Obama che, tra le due possibilità, ha scelto di non scegliere. Lo ha spiegato chiaramente nel corso delle ultime ventiquattr’ore: non è che sia favorevole alla costruzione dell’edificio, è che non è contrario. Buono a sapersi.













