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Chi volesse osservare il pantano afghano con spirito pragmatico si renderebbe immediatamente conto dello stato della situazione. L’offensiva militare, iniziata all’alba dell’attentato alle Twin Towers, è finita da tempo. Tecnicamente le operazioni belliche sono state considerate “un successo” dagli esperti internazionali, risultato raggiunto in tempi celeri e con gli sforzi indispensabili. L’esercito occidentale, la cui azione è stata coperta dalle Nazioni Unite attraverso apposita risoluzione, ha rapidamente conquistato i fulcri di potere politico della regione, controllando la parte prevalente dei vecchi domini talebani. Successivamente però qualcosa si è rotto. La tecnica di guerriglia adottata dalle tribù ribelli ha mostrato quanto difficile fosse la normalizzazione dell’area: più i militari penetravano in profondità il territorio nemico, più all’interno degli avamposti considerati “solidi” scoppiavano bombe e si progettavano attentati, i quali costituivano lapalissianamente una minaccia alla messa in sicurezza degli effettivi in uniforme. Se volessimo usare una metafora calcistica, tanto in voga in tempi di mondiali, potremmo dire che lo Zio Sam, terminato il dribbling, ha mancato della lucidità necessaria e della rapidità richiesta per finire sotto porta.
Al di là di questa colorita metafora, dopo quasi dieci anni, credo si possa seriamente discutere su quali siano le eventuali prospettive di “vittoria”. La fase tecnica del conflitto ha dimostrato come le truppe statunitensi possano tranquillamente detenere la superiorità effettiva nei combattimenti. Tuttavia, terminate le operazioni, la Casa Bianca – cioè il potere politico – si è trovata di fronte ad un bivio. Stante la resistenza di frange estremiste e riottose al compromesso, delle due l’una: o Washington optava per un attacco senza pietà o, in alternativa, perseguiva la strada di una soluzione diplomatica. Si è scelto di non scegliere. La prima ipotesi, la cosiddetta guerra senza quartiere, è sicuramente la più difficile da gestire sul fronte dell’opinione pubblica. La pressione dei media occidentali è sempre stata costante e Abu Ghraib, con lo scandalo delle torture nel vicino Iraq, lo ha ampiamente dimostrato. E tuttavia bisogna riconoscere che in regime di guerra, purtroppo, la tematica dei diritti umani è una traccia che spesso e volentieri viene relegata in secondo piano, tanto dai paesi dell’Est quanto da quelli del blocco liberale. Immagini di uomini incappucciati, immagini incivili, bestemmie tirate contro il cielo, rappresentano un’amara consuetudine di cui non si può ignorare l’esistenza. E’ il vecchio problema machiavellico: se noi ci troviamo a gestire una comunità minacciata da un possibile attentato e sappiamo che un presunto terrorista potrebbe avere informazioni in merito, informazioni che non è disposto a rivelare, cosa facciamo? Usiamo le maniere forti col rischio di perpetrare violenza ad un innocente o mettiamo a repentaglio duemila possibili vittime per i nostri scrupoli morali? Sono interrogativi retorici che però danno ampiamente la dimensione del conflitto. Per questo le cosiddette “colombe” della diplomazia hanno sempre elaborato una soluzione alternativa: quella del compromesso, del coinvolgimento attivo di tutti i soggetti in loco nella gestione dei teatri di guerra più complessi.
C’è arrivato anche il Telegraph. In un editoriale pubblicato Mercoledì senza firma, e pertanto riconducibile alla linea editoriale, si è letto chiaramente:
“Lo scopo della strategia della Nato è, un miscuglio di intensa pressione militare e di coercizione politica, volta a convincere i sostenitori dei talebani a deporre le armi, a impegnarsi in negoziati di riconciliazione per tentare di risolvere le controversie. Questo obiettivo può essere raggiunto, a patto che i nostri politici continuino a rassicurare gli afghani sugli obiettivi finali del conflitto e non diano invece l’impressione di battere in ritirata”.
Proprio quello che ha fatto Obama e che ha portato all’insanabile rottura con l’arrogante Stanley McChrystal. Ecco perché le tattiche di Washington appaiono ancora oggi fumose: non si capisce il fine dell’amministrazione, né tanto meno i mezzi di cui l’establishment democratico vuole disporre.














