giugno 28, 2010

Obama incontra Erdogan

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Sabato scorso si è tenuto un colloquio a sorpresa fra Barack Obama ed il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan. A margine del G-20, il presidente americano ha deciso di incontrare privatamente il capo del Governo di Ankara per poter affrontare le questioni irrisolte sul tappeto: lo scenario mediorientale, il dissidio con Israele, l’ostilità nei confronti della risoluzione americana sul dossier iraniano e, per finire, il riavvicinamento alla Siria. Argomenti spinosi, temi delicati, che reclamavano – per l’appunto – la massima cura e la minuziosa attenzione dei rispettivi corpi diplomatici.

Philip Gordon, uno dei principali responsabili dell’amministrazione statunitense sugli affari europei, si è espresso chiaramente in merito. Pur evidenziando come, al momento, non esista una questione turca, ha sottolineato la necessità di una dimostrazione da parte di Ankara, di un segnale inequivocabile che riconduca lo Stato ad operare nell’interesse della Nato e di tutto l’Occidente. Non è un caso che nella nota presentata alla fine del meeting, l’ufficio stampa della Casa Bianca abbia chiaramente fatto riferimento ad “una conversazione aperta fra due alleati“. “Alleati”, cioè potenze amiche in virtù di un’intesa; non “alleati strategici”, nazioni indissolubilmente legate come un tempo dai medesimi progetti e da una forma mentis comune.

Erdogan ha ringraziato la controparte per gli sforzi compiuti nella liberazione dei prigionieri illegalmente detenuti da Israele dopo l’attacco alla Navi Marmara, evidenziando come la lotta al terrorismo internazionale, sia esso curdo o mussulmano, venga considerata tuttora una priorità comune dai rispettivi Esecutivi. Tuttavia Obama si è reso conto che, fatta eccezione per questo punto, sulle direttive fondamentali della politica estera ancora troppo profonde sono le distanze. Il leader dell’Akp non crede nell’efficacia del pugno di ferro contro Teheran ed è disposto a farne una questione di credibilità internazionale, come ha affermato l’ambasciatore negli Stati Uniti Namik Tan. Sono per l’appunto posizioni nette, tendenzialmente inconciliabili, che richiedono uno sforzo maggiore da ambedue le parti, per evitare che i colloqui bilaterali si trasformino in un dialogo fra sordi.

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