Le sanzioni inutili

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Barack Obama nutriva sinceramente una convinzione: la risoluzione 1929 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe dovuto sedare i malumori dell’opinione pubblica americana. La marea nera del Golfo del Messico ha mostrato quanto lontano fosse il mito del superuomo al comando, un mito, in realtà, entrato in crisi già da tempo: prova ne sia la dichiarazione rilasciata di recente da uno sconfortato Shepard Fairey, ideatore del poster iconico utilizzato dal Presidente durante l’ultima campagna elettorale. Il progetto di un riscatto in sede internazionale non è, naturalmente, coinciso con il cataclisma innescato dalle incompetenze della Bp; da mesi il Dipartimento di Stato lavorava accuratamente, elaborando bozze di risoluzioni atte a condannare le omissioni e l’ostilità di Teheran sul dossier nucleare. Comprensibilmente, pertanto, la Casa Bianca si attendeva dal “successo” diplomatico un forte ritorno d’immagine. Così però non è stato e il perché è presto detto.

La stampa d’oltreoceano si è divisa in due fazioni: coloro che ritengono inutili le sanzioni emesse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e quanti, invece, considerano le misure adottate nel caso specifico financo dannose. Le obiezioni del primo gruppo sono facilmente intuibili: il quarto provvedimento preso dalla Comunità internazionale dopo l’era Bush non muta di una virgola la situazione geopolitica reale, in quanto l’Iran – già in passato – ha mostrato la propria indifferenza nei confronti degli atti approvati dal Consiglio. Di più: facendosi beffa del galateo politico, a stretto giro il presidente Ahmadinejad ha immediatamente precisato che le misure varate dal Palazzo di Vetro, presto o tardi, «finiranno nella pattumiera», come le precedenti. Una sfida aperta alla leadership statunitense.

Come abbiamo avuto modo di notare nei giorni scorsi, Vladimir Putin – il cui parere negativo avrebbe paralizzato l’Organizzazione – aveva già tranquillizzato per tempo Teheran, spiegando che le misure elaborate non avrebbero in alcun modo colpito la popolazione e di conseguenza non avrebbero arrestato le prospettive di un accordo diplomatico. Ora, lo ha evidenziato a ragione Hossein Askari sul National Interest, volendo fare un’analisi impietosa e pragmatica, le sanzioni possono essere efficaci soltanto in due casi: se minacciano la sopravvivenza del regime, come ultima ratio valida, ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione data la portata degli interventi; o se, in alternativa, peggiorano la condizione della società civile tanto da indurla alla ribellione, al regime change automatico. E’ superfluo specificare che né l’una né l’altra via sono state perseguite dall’amministrazione democratica, pena l’aperta ostilità da parte di Cina e Russia in sede Onu. Ecco perché oggi il grande successo di Barack Obama sembra più un autogol: la montagna ha partorito il topolino, mentre il gatto persiano continua ad armarsi.

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