Soloni della Repubblica

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Mascherarsi dietro “una pubblica opinione libera, autonoma e critica” per contrastare il disegno di legge del governo sulle intercettazioni sembra esser diventato lo sport nazionale. Sarà il clima dei mondiali che dà alla testa, sarà il successo strabiliante della Schiavone al Roland Garros, sarà l’arrivo improvviso dell’estate a condizionare alcune linee editoriali, però chi scrive non fa parte della cricca e preferisce astenersi dalla logica degli ultrà, secondo la quale qualsivoglia misura adottata in merito alla libertà d’informazione è necessariamente un male, una costrizione o un attentato alle libertà fondamentali. Di più: quando intravedo certe reazioni da parte dei dottori della carta stampata, sento puzza di pensiero unico intravedendo, in un certo senso, l’offesa di lesa maestà. D’altronde nel paese delle caste, sarebbe surreale credere che chi quotidianamente veicola la comunicazione è al di fuori del sistema.

I filosofi della coscienza giornalistica salgono a turno in queste ore sulla cattedra per imbastire un processo mediatico contro l’arroganza del potere politico. Esiste una corrente di pensiero che sposta l’attenzione sul fronte morale, in virtù di una tacita regola per cui se non hai nulla da nascondere non c’è motivo di scappare. E’ la corrente più biecamente giustizialista, convinta da vent’anni a questa parte che la politica – quella seria – si fa con le incursioni dei manettari e la solerzia di certi pubblici ministeri. E’ la corrente che godeva di orgasmi multipli ogni qualvolta la Procura di Milano emetteva, a suo tempo, un avviso di garanzia verso qualunque esponente del ceto politico del pentapartito. E’ la corrente che negli anni si è raffinata, costituendo giornali e presenziando importanti palchi teatrali, recriminando contro l’oscuro regime da un solido avamposto del servizio pubblico, ben remunerato per giunta. La decisione discutibile dell’Esecutivo di censurare la deriva volgare di alcuni pseudo-quotidiani attraverso l’uso dello strumento normativo viene delineata così come un golpe, un colpo di stato al cuore dell’informazione e uno sfregio inflitto alle regole fondanti del diritto, con buona pace del sistema democratico che garantisce ad un governo eletto la possibilità di disciplinare ogni materia, previo consenso del Parlamento.

Il secondo partito, invece, effettua un lavoro certosino: non nega l’esistenza del problema privacy, ma lo aggira con metodicità. Essa deve essere tutelata dalle rispettive parti giudiziarie, decidendo quali intercettazioni possono essere rese pubbliche e quali devono essere distrutte. Sarebbe certamente la soluzione ideale, in un mondo utopico in cui i gelsomini fioriscono a dicembre ed i palestinesi e gli israeliani non si sparano a vista. Ma così, purtroppo, non è. Ora, è mai possibile ignorare che il segreto istruttorio viene costantemente violato già nella fase delle indagini preliminari, senza nemmeno che si scopra la fonte che ha permesso la fuga di notizie riservate? E’ mai possibile dimenticare che in questo paese l’opinione pubblica viene guidata verso giudizi assoluti in virtù di una condanna in primo grado, posta l’equiparazione virtuale tra indagato e condannato? E’ mai possibile scordare che perfino in caso di assoluzione, alcuni notisti si aggrappano alle interpretazioni delle sentenze per chiedere la scomunica sociale, senza considerare lo sforzo intellettuale dei retroscenisti, nuove figure mitologiche contemporanee? Sono realtà che i Soloni della Repubblica conoscono bene: allora anziché analizzare attentamente la risposta al problema, giusta o sbagliata che sia, dovrebbero prendere atto di essere essi stessi parte del problema e lavorare per un codice deontologico che non venga calpestato in nome e per conto del lettore, povera vittima di questo schifoso gioco al massacro.

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