Il deterioramento delle relazioni bilaterali fra Turchia ed Israele, evento ineluttabile alla luce degli sviluppi recenti, dovrebbe spingere gli osservatori internazionali a maturare una riflessione critica, fugando almeno due tentazioni. Leggendo gli editoriali dei maggiori organi di stampa dei rispettivi paesi, è infatti facile intuire come il clima di disagio possa condurre nel lungo termine a degli sbocchi inattesi, comportando una brusca rottura del sodalizio diplomatico su cui, di fatto, è poggiata la politica occidentale nel contesto regionale.
I maggiori intellettuali turchi, inevitabilmente risentiti per l’offensiva ebraica rivolta contro delle organizzazioni non governative, stanno tentando di scindere il piano politico da quello rappresentativo, diversificando i due livelli. Il ragionamento è tanto errato quanto semplice: il governo Netanyahu incarna oggi un modello fascista che sta rapidamente spostando verso l’estrema destra il baricentro delle direttive politiche nazionali. Sotto questo profilo, esso rappresenta un pericolo non soltanto per il processo di pacificazione mediorientale, ma per gli stessi cittadini che si trova ad amministrare. Ankara dovrebbe pertanto richiamarsi alle ragioni originarie del legame diretto con un popolo amico, bypassando il potere Esecutivo e collaborando con gli intellettuali e le associazioni rappresentative che non condividono apertamente l’attuale piattaforma. Il ragionamento potrebbe essere sensato, se non screditasse l’elemento centrale dell’assetto democratico: l’attuale Gabinetto è stato scelto dagli elettori israeliani, piaccia o meno. E’ forse possibile immaginare una crisi di fiducia nell’elettorato di riferimento, una crisi già in parte registrata dalle rilevazioni statistiche nazionali, ma questo dato da solo non può far pensare, o meglio non può giustificare, l’idea della necessità impellente di elaborare una linea politica alternativa con un’altra classe dirigente non riconosciuta dalla base sociale.
Sul fronte opposto, la difesa ad oltranza praticata dall’establishment del Likud dovrebbe spaventare la comunità internazionale nella prospettiva di una tutela effettiva della stabilità. Il governo Netanyahu poteva reagire nei modi più disparati: poteva difendere l’idea del blocco, reclamando le attenuanti del caso; poteva bloccare le navi in mare, invocando l’intervento delle Nazioni Unite; poteva altresì ammettere che, fatto salvo l’onore militare, il procedimento stesso nell’organizzazione dell’operazione non è stato tra i più fruttuosi . Yehezkel Dror sulle colonne di Haaretz lo ha scritto chiaramente:
«Il comportamento delle nostre forze durante l’operazione mostra chiaramente come esse non fossero addestrate per quella situazione. La scelta degli effettivi e delle armi dovrebbe essere sempre adeguata alle possibili situazioni del conflitto. Si scopre invece che le forze non avevano membri abbastanza esperti né mezzi non letali adeguati a superare una violenta opposizione, senza ricorrere alle armi da fuoco».
La reazione è stata totalmente differente. Le autorità israeliane hanno condotto un ragionamento perverso e di realpolitik: Ankara non è in condizione di dichiararci guerra e oggettivamente non può pretendere di mettere il becco sulle nostre scelte militari; forse si poteva agire altrimenti, ma ciò che è stato fatto è ormai consegnato al passato, adesso bisogna guardare al futuro. Un’interpretazione degli eventi improponibile per qualsiasi governo degno di nota. Un’interpretazione che Ankara non può non rispedire al mittente.














