maggio 24, 2010

Entrapment

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L’evoluzione naturale che porta da un atteggiamento di morbosa curiosità verso il privato al chiacchiericcio come filosofia di vita, discriminante centrale delle fortune di un personaggio pubblico, è cosa ormai assodata. Anche l’Italia, nel passato recente, ha sperimentato come il passo dalle intercettazioni al gossip sia in realtà più breve di quanto normalmente si pensi. Gli sms divulgati a mezzo stampa, con cui Anna Falchi coccolava virtualmente il compagno controllato dalla Procura della Repubblica, rappresentano ancora oggi un pugno nell’occhio al buon senso ed una pesante sconfitta per la nostra giovane democrazia. Perché se l’autorità giudiziaria non riesce a bloccare la fuga di notizie, impedendo a pseudo-giornalisti da strapazzo d’inventare articoli indegni del peggiore rotocalco con la scusa della cronaca politica, beh allora vuol dire che qualcosa nel sistema non funziona. D’altronde la stessa situazione vigente nel servizio pubblico, dove un conduttore reclama la libertà di divulgare conversazioni private interpretate maliziosamente da attori compiacenti, non corrisponde ai criteri di normalità. Certo, su sei-sette casi uno scandalo effettivo si riscontra. Ma per gli altri cinque scenari, come la mettiamo?

Sarebbe poi interessante indagare sul perché i lettori dei giornali, gente mediamente informata che mira a crearsi un’opinione sugli eventi circostanti, si rivelino all’occasione delle comari di paese, degli Alvaro Vitali dei giorni nostri, pronti a spiare con costanza politici e soubrette dal buco della serratura.

Chi scrive condivide il pensiero di Giuliano Ferrara, espresso stamane con la solita chiarezza sulle colonne del Foglio. L’anomalia italiana non è quella di avere poca libertà di stampa, bensì quella di assistere a «lenzuolate di intercettazioni come materiale per l’intorbidamento delle acque, per la grande sputtanopoli che tutto confonde in un generico e demagogico disprezzo per la vita privata delle persone pubbliche». Anche in Turchia si riscontrano simili problemi. Il premier Erdogan, non molto tempo addietro, professò il suo disagio nell’intraprendere una conversazione telefonica riservata, in quanto – di fatto – non poteva assicurarsi la tranquillità che la riservatezza dello strumento, almeno teoricamente, induce a presumere. Ora ad Istanbul la compravendita di prodotti cinesi ha portato all’evoluzione farsesca di questa perversione: alcuni economici dispositivi di ascolto consentono agli acquirenti di spiare le conversazioni nelle stanze limitrofe, laddove possono essere anche vendute al dettaglio micro-videocamere da inserire nei vestiti o nelle penne, onde indagare sugli aspetti più segreti di coloro che ci stanno a fianco. E’ questo il passo deleterio che in molti temono. Io non so se l’ordine dei giornalisti ha ragioni da vendere in merito alle critiche poste al disegno di legge sulle intercettazioni, e francamente non m’interessa. M’interessa piuttosto capire se sulla premessa siamo tutti d’accordo, se cioè esiste o meno un problema di tutela della privacy alla base della nostra vita pubblica. Questo è il punto.

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