Dietrofront. I rischi dopo la crisi greca

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Per capire le difficoltà poste all’Unione Europea dalla questione ellenica non serve essere esperti di alta finanza globale. Gli economisti, per carità, sapranno sicuramente muoversi con maggiore destrezza per comprendere quanto avvenuto, navigando tra le cifre e i cambiamenti decimali che hanno segnato progressivamente questa colossale battuta d’arresto. Tuttavia chi scrive è sempre stato convinto della necessità di usare nelle relazioni internazionali un approccio almeno in parte differente, più marcatamente politologico, al fine di tirare le fila sui possibili scenari futuri.

Facciamo, dunque, un passo indietro nella nostra disamina. Il dibattito pubblico che ha preceduto l’avvento della moneta unica è stato caratterizzato da una forma di manicheismo elettorale, dettato da atteggiamenti ansiosi da parte degli esponenti politici. Non ci riferiamo, si badi, solo ed esclusivamente al caso italiano, comunque di per sé rappresentativo; più in generale, nelle diverse realtà nazionali, i partiti si divisero in Parlamento non già in relazione ai costi-benefici eventuali dell’introduzione dell’Euro, bensì sulla base di un atteggiamento concettualmente più o meno ostile all’idea stessa dell’integrazione. Il movimento dei cosiddetti euroscettici, composto in massima parte dai rappresentanti della destra europea, tirò fuori – a suo tempo – i panni sporchi, agitando lo spauracchio di una forma di espropriazione dei poteri agli Stati nazionali, cercando così di tramutare il possibile dialogo in una sorta di referendum storico. Allo stesso modo, in maniera uguale e contraria, la sinistra socialista per riflesso condizionato si attestò genericamente su posizioni ottimiste, dettate dall’internazionalismo intrinseco alla cultura politica, finendo con l’inseguire un sogno anziché perseguire una via. Tutte le ragioni possibili e immaginabili, pro o contro il cambiamento del sistema monetario, furono accantonate. Chi, fra voi lettori, ricorda notisti della stampa nostrana intenti a rammentare possibili controindicazioni per la perdita delle linee guida della politica monetaria, affidata tout-court alla Banca centrale? Non si discusse a oltranza, piuttosto, della banalissima eurotassa?

Fino a qualche mese fa parlare di una possibile messa in discussione del processo d’integrazione sembrava un’eresia. Oggi non è più così per almeno due motivazioni. La prima ha carattere politico e riguarda il paese che da sempre ha rappresentato il principale binario dell’economia continentale: la Germania. L’atteggiamento tenuto dal governo tedesco è stato prevalentemente egoistico, in aperta controtendenza rispetto al ruolo guida esercitato dalla Cancelleria federale dal dopoguerra in poi. Berlino ha deciso di non collaborare a curare i malanni altrui, o almeno di non farlo prima della scadenza elettorale della circoscrizione Nord Reno-Westfalia. Un ragionamento, per l’appunto, di interessi particulari. Anche quando è tornata sui suoi passi, Angela Merkel – dopo aver alimentato indirettamente un giro speculativo che ha complicato la situazione per il ministro Papaconstantinou – ha mostrato una certa riluttanza. Come a dire che la Germania d’ora in poi sarà un oste con cui fare i conti, a scapito dell’equilibrio finanziario dell’Eurozona. La seconda motivazione è di ordine pratico. Lo ha scritto sul New York Times a chiare lettere Paul Krugman: se è vero che l’euro ha stabilizzato la posizione di molti “paesi precari” (Italia in testa), è altresì innegabile che oggi la Grecia avrebbe avuto maggiori margini di manovra, se avesse potuto ridurre il valore della dracma in termini di marchi tedeschi. Con l’introduzione della moneta comune non è più possibile eseguire una siffatta operazione e quindi per risolvere i problemi del paese, delle due l’una: o Atene aspetta un maxifinanziamento preparando manovre correttive di lacrime e sangue, o – in alternativa – punta su una combinazione d’inflazione e deflazione che Berlino non potrà mai accettare, in funzione delle ricadute occupazionali.

L’unica notizia, positiva sul fronte interno, è stata registrata da una voce tradizionalmente critica dell’economia italiana, Nouriel Roubini. L’economista turco ha evidenziato un dato:

«Nell’ area Ue ci sono situazioni molto diverse. Se Spagna e Portogallo soffrono, un Paese come l’ Italia – che pure ha un debito pubblico superiore al reddito nazionale – ha fatto scelte che lo pongono in una situazione di gran lunga migliore».

Le scelte sono ascrivibili al duo Tremonti-Draghi. Il primo ha tenuto sotto controllo la spesa pubblica, a differenza di quanto hanno fatto alcuni omologhi colleghi europei; il secondo ha instaurato un sistema di sorveglianza più attenta, mostrando una prudenza che ha evitato forti esposizioni alla crisi finanziaria.

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