Da queste parti si condivide a pieno, e da diversi giorni, l’analisi sviluppata da Giannini sulle colonne di Repubblica. Il vicedirettore ha avuto il merito di mettere nero su bianco la riflessione strategicamente più precisa. Mi permetto di aggiungere una breve considerazione di carattere personale, destinata alla cerchia ristretta di lettori che segue quotidianamente le mie attività: non capisco che senso abbia mettere tale pressione in capo al ministro dell’Economia Papaconstantinou in una simile congiuntura. Questa specie di Ciampi ellenico, piaccia o meno, rappresenta l’unico interlocutore credibile sul piano nazionale, essendosi formato in paesi a forte tradizione liberale. Imporgli di versare 2,3 miliardi di interessi entro il 10 maggio, per poi affrontare l’eventualità di una crisi di roll-over quindici giorni dopo mi sembra francamente uno straordinario suicidio politico, dettato da vergognose ragioni speculative ed elettorali. Complimenti alla Merkel.
«Il disastro può cominciare subito dopo. Tragedia greca, fado portoghese, e in sequenza dramma mediterraneo. Nella lista nera degli speculatori sono già iscritti Spagna e Italia. Le prime tensioni all’asta dei Bot di ieri sono un campanello d’allarme molto preciso. Ma qui il quadro cambia radicalmente. “Pigs” o non “Pigs”, stiamo parlando della terza e della quarta economia di Eurolandia. Paesi considerati “too big to fail”, cioè troppo grandi per fallire perché “too big to bail out”, cioè troppo grandi per essere aiutati. […] I mercati stanno vincendo perché gli stati stanno sbandando. E un Paese, soprattutto, sta sbandando più degli altri. L’asse franco-tedesco che ha guidato l’Europa nei momenti cruciali è crollato. Lo spirito di Maastricht, pur con i suoi parametri “stupidi” o intelligenti che fossero, unì a suo tempo Kohl e Mitterrand mentre oggi divide la Merkel dal resto del Continente. Il tracollo greco, con gli euro-deliri innescati dal piano di aiuti male e forse mai digerito dai tedeschi, sta disvelando l’altra faccia della Germania. Una nazione ripiegata su se stessa e guidata dal suo esclusivo interesse nazionale. Nella tempesta perfetta di questi mesi la posizione tedesca è “coerente ma sbagliata”, come ha scritto a metà marzo Wolfgang Munchau. Per ragioni costituzionali, prima ancora che per opzioni politiche, punta alla stabilità dei prezzi e alla disciplina di bilancio. Dunque non vuole sentir parlare di aiuti. L’86% dei tedeschi è contrario al prestito da 8,4 miliardi di euro alla Grecia che competerebbe alle casse federali secondo l’accordo firmato all’eurogruppo due domeniche fa. Al contrario di quanto accadde nei momenti più belli della storia tedesca degli ultimi due decenni (dalla riunificazione Est-Ovest in poi) la Germania di oggi affronta le sue responsabilità verso l’Europa con un approccio egoistico e unilaterale. Il paradosso di queste settimane di crisi sulla Grecia e sui mercati è che ogni decisione comune è stata condizionata dal governo di Berlino non in base all’enormità della posta in gioco, l’unione monetaria come fattore di stabilità internazionale, ma a una scadenza elettorale come fattore di stabilità interna: il voto in Nord Reno-Westfalia del 9 maggio prossimo. Persino il vertice europeo convocato d’urgenza ieri, in pre-default della Grecia e in pieno collasso dei mercati finanziari, è stato posposto a questo appuntamento tutto “domestico”. Il governo Merkel, spostato a destra dai liberali di Guido Westerwelle, non può e non vuol dare alla sua opinione pubblica l’impressione di cedere ai soliti “latinos”, cioè i Paesi lassisti e irresoluti del Club Med».













