Lo stato della politica consente di elaborare alcune considerazioni di carattere generale. La prima nota riguarda, naturalmente, i soggetti d’opposizione ed in particolare il Partito Democratico. Nonostante la crisi in cui è precipitata la maggioranza, una crisi reale e profonda che mette in discussione gli equilibri stessi del berlusconismo dopo la sorprendente affermazione della Lega alle regionali, il centrosinistra si trova di fatto tagliato fuori dai principali giochi di potere. A beneficiare del vento della discordia, scalando le vette del consenso personale in seno alle rilevazioni statistiche del gruppo Repubblica, è Gianfranco Fini, presidente della Camera nonché co-fondatore del Popolo delle Libertà. Il confronto verte perciò su una strana situazione, una realtà anomala in cui, di fatto, la destra riesce indirettamente a riassumere al proprio interno le diverse istanze della società: tesi, antitesi e sintesi (presunta o ricercata) si incontrano nell’emisfero di Arcore, mentre i soggetti riformisti assistono con mesta impotenza allo spettacolo, senza possibilità di incidere. E, ça va sans dire, senza progettualità.
Sul fronte del governo il discorso si fa più interessante. Berlusconi, com’è noto, ha profondamente modificato l’approccio degli italiani alla vita pubblica, mescolando leitmotiv nuovi (no alla tassazione) con vecchi cavalli di battaglia. L’antiparlamentarismo su cui Forza Italia ha speso tante energie è, ad esempio, un fenomeno antico nella nostra storia patria, riconducibile al fascismo e alla retorica mussoliniana volta a incriminare una classe dirigente di inetti e di affaristi. Berlusconi, da degno Caimano, ha composto un mosaico con gli elementi di cui disponeva, senza privarsi del sostegno di nessuna espressione politica (democristiani, socialisti, missini, liberali, radicali dell’ultima ora), tanto da far saltare gli schemi culturali del passato. Il prodotto del messaggio elettorale, col crollo del Muro di Berlino, è stato svincolato dai significati allegorici o identitari, per essere ricondotto ad un fenomeno essenzialmente pop. La spilletta, l’inno, la bandierina, i concerti, le adunate, la promozione con la nave crociera, sono tanti segni, piccoli gesti che nel tempo inevitabilmente modificano i rituali d’approccio alla politica.
Gianfranco Fini ha accettato tutto questo in maniera silente per anni. Di più: di fronte alla proclamazione di tale politica in termini di valori assoluti, di fronte al discorso del Predellino ossia alla volontà del singolo di lottare contro tutto e tutti in nome dell’amor proprio, l’ex leader di Alleanza Nazionale ha sempre piegato la testa, accettando un ruolo da comprimario. E’ arrivato a disfare il proprio movimento, contando da un lato sulle prospettive dell’eredità politica del Cavaliere, dall’altro sulla scarsa presa emozionale che aveva ormai constatato all’interno della propria base elettorale, pur di avere dei margini di manovra. Mancava una strategia, non una visione tattica. Mancava, cioè, l’elemento centrale per disegnare un progetto futuro, elemento che manca tuttora. Non si può andare in avanti e minacciare la scissione, rimproverando a Berlusconi di lavorare col manuale Cencelli sotto braccio, quando prima, pochi mesi addietro, un atto notarile aveva testimoniato il peso di Alleanza Nazionale stimato col 30% degli incarichi; e non è neppure ammissibile che si presenti la diversità di vedute come una svolta della maturità. Oggi Fini non ha un elettorato di riferimento, non ha delle idee stabili su cui progettare un concreto programma di governo, non ha alleati che gli possano consentire l’esercizio della leadership, non ha uno spazio di manovra che gli consenta di elaborare nuove prospettive. Ma di cosa stiamo parlando? Della fondazione Fare Futuro? Di filosofia, anziché di politica? Di chi, in maniera infantile, tende a mescolare Gaber e Capitan Harlock per dotarsi di un modello culturale innovativo? Di chi, alla prima boutade del premier, tende a remare contro, a dire “sto con Saviano per la libertà”, dimenticando volutamente che la stupenda e meravigliosa libertà di cui l’autore dispone è indirettamente garantita dal gruppo editoriale della famiglia del premier? Ho l’impressione che si stia dando troppo peso non a Fini, ma al finismo, riconoscendogli una caratura culturale che non ha. Resta il solito vuoto incartato, con cui la politica tende ciclicamente a fare i conti. Per la sofferenza degli elettori e per celebrare la distanza che sussiste tra paese legale e paese reale.















Pingback: DestraLab » Questo ha fatto male al partito