La morte dei tulipani

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La trasformazione dello scenario mondiale è un fenomeno sotto gli occhi di tutti. I continui e vasti cambiamenti, rafforzati dall’interdipendenza economica determinata dalla globalizzazione e dalle problematiche comuni affrontate a seguito della crisi finanziaria, hanno creato di fatto diverse situazioni anomale. Anomale, perlomeno, rispetto al recente passato e alle ragioni teoricamente valide della realpolitik. Le rivoluzioni colorate, verificatesi a più riprese in Georgia, Ucraina e Kirghizistan, vanno inquadrate per l’appunto in questa prospettiva e consentono ai singoli analisti di elaborare alcune riflessioni.

Dopo la fuga di Akayev, il presidente Kurmanbek Bakiyev non è riuscito nel corso di quattro anni a farsi vero interprete delle istanze del movimento di protesta. Ora, un paese in subbuglio che vede scemare l’azione riformista agognata da parte del presidente eletto non smette di essere in subbuglio, cambia semplicemente la leadership, in maniera più o meno brutale. E’ quanto successo sul piano interno. Ma valutare gli avvenimenti nell’ottica locale indurrebbe facilmente in errore quanti sperano di comprendere la situazione dietro le quinte. Questi eventi, infatti, hanno comportato logiche conseguenze sul piano internazionale, giacché Bakiyev è sempre stato percepito come espressione del blocco occidentale. Poco cambia se questo dato corrisponda o meno a verità; nella considerazione delle diverse variabili, le supposizioni di un intero popolo circa l’eventuale referente occulto di un governante finiscono col determinare concretamente un avvenimento con cui siamo obbligati a confrontarci, e perciò dobbiamo calarci in questa sorta di gioco strategico, foss’anche un gioco virtuale.

Oggi il Kirghizistan ha deciso nuovamente di girare la boa, riscoprendo le radici di un rapporto antico con la principale potenza dell’Est: Mosca. Le già avviate cooperazioni industriali con Putin e lo sbocco occupazionale come sfogo per l’emigrazione fanno propendere per questa ipotesi. Ma c’è di più. Il nuovo protagonismo del Cremlino nell’Asia centrale è un dato di fatto ed ha fornito spesso il fianco a possibili punti di frizione col governo americano. Roza Otunbayeva, nuovo capo del governo, ha tentato a tal fine di rassicurare Washington sulla sopravvivenza della base militare in loco (fondamentale per il vicino Afghanistan), formalizzando la volontà del nuovo potere politico di non venir meno agli accordi verbali raggiunti dal precedente Esecutivo. E tuttavia non è un mistero che certi ambienti vicini alla Casa Bianca guardino al nuovo contesto con forti perplessità: se il colpo di Stato non è di per sé generalmente apprezzato dall’establishment democratico nel sistema di pesi e contrappesi vigenti, la presenza alla guida del paese di una donna che ha studiato nell’Università statale di Mosca e che è stata ambasciatore sovietico per l’Unesco fa storcere parecchi nasi al Dipartimento di Stato. Tanto più che il finanziamento della campagna elettorale proveniente dal partito di Putin appare ben più di un’ipotesi peregrina.

Detto questo, resta da valutare la possibile incidenza del fenomeno “rivoluzionario”. Bisognerà, cioè, capire se lo strappo è stato consumato in funzione della decisione russa di tornare primo attore sul palcoscenico territoriale o, viceversa, se Mosca ha semplicemente avallato e dato sfogo ad un sentimento popolare di malcontento. Nel primo caso ci troveremmo di fronte alla rinascita di un’autocrazia, nel secondo caso sul sentiero democratico.

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