Ho letto e riletto più volte l’intervento di Romano Prodi sulle colonne del Messaggero in merito alla possibilità di trasformare l’attuale Partito Democratico, movimento a chiara tendenza centralistica, in un soggetto radicato nel territorio, maggiormente rappresentativo delle realtà locali. Epurato dai rancori personali, rivolti esplicitamente «agli ex segretari del partito e agli ex presidenti del Consiglio» (fin troppo evidente il riferimento a Walter Veltroni e Massimo D’Alema), il discorso del Professore assume in prospettiva una certa consistenza. Procedendo sinteticamente, l’offerta politica avanzata dall’ex premier consiste nell’effettuare l’ennesima “grande svolta” della sinistra italiana: rompere il tabù del vincolo alle direttive nazionali, creare un comitato di segretari regionali (organo capace di esprimere la leadership unitaria in funzione delle diverse istanze provenienti dal paese), per dare così quel dinamismo federale che oggi manca palesemente a tutta la struttura. E’ un progetto sicuramente ambizioso, ma a mio avviso poco realizzabile per tutta una serie di motivi.
Innanzitutto il carattere culturale dei soggetti che hanno composto il movimento la dice lunga sulle possibilità di una simile evoluzione. Se la Democrazia Cristiana, antenato storico della corrente sociale da cui è nata la Margherita, ha vantato per circa cinquant’anni una tradizionale conflittualità interna in cui le correnti disciplinavano gli equilibri regionali sulla base dei legami che si tenevano con i potentati locali, i Democratici di Sinistra, non serve rammentarlo, provengono dal più rigido centralismo democratico. Nel Pci l’elezione degli organi superiori aveva carattere vincolante e l’autorità doveva essere riconosciuta universalmente, senza discussione fino al congresso successivo. La sacralità di Togliatti, Berlinguer e Natta durante i rispettivi mandati dimostra le difficoltà oggettive di ribaltare una simile prospettiva.
Esistono poi evidenti motivi di realpolitik che rendono difficile l’adozione di un simile piano. Per quale motivo, ad esempio, la classe dirigente a livello nazionale, persa in un eccesso di autoreferenzialità riconosciuta dallo stesso Prodi, dovrebbe improvvisamente rinunciare al potere decisionale in merito alle strategie collettive, consegnando le redini del movimento agli uomini del territorio? E per quale motivo, poi, chi vanta un rapporto diretto con l’elettorato su piccola scala dovrebbe teoricamente avere maggiori titoli di credito nelle decisioni finali, rispetto a quanti – da Roma – tengono in considerazione l’equilibrio dei diversi poteri per sbarcare quotidianamente il lunario?
L’impressione è che la disamina dell’ex leader del centrosinistra pecchi, ancora una volta, di ingenuità. E’ come se Prodi non conoscesse le viscere del movimento che lui stesso ha fondato. Il Partito Democratico non ha un problema di rappresentanza, non ha un deficit identitario. Il problema, semmai, è che qualunque espressione critica trova voce nell’ultimo deputato di turno, pronto a creare l’impasse generale prosciugando l’olio della macchina. Resta poi da risolvere la questione federale: non si è ancora capito, infatti, se il Partito Democratico crede nella devoluzione o se occasionalmente rilancia questo leitmotiv in funzione delle mode del momento. Essere centralisti non è una colpa. Prendere in giro gli elettori sì.














