Il colpo di mano tentato da alcuni settori sovversivi dell’establishment militare turco non poteva lasciare la situazione politica di Ankara invariata. La stampa nazionale ha sviscerato l’argomento in molteplici occasioni, attraverso vari reportage ed editoriali molto duri, presentando al contempo alcuni focus specifici contenenti apposite rilevazioni statistiche circa una riforma generale dell’Esercito, mossa a quanto pare auspicata e condivisa dalla maggior parte della popolazione. Sarebbe fin troppo semplice ricondurre le posizioni espresse dai diversi opinionisti alle linee generali stabilite a tavolino dagli editori. Questo dato delinea, perciò, un quadro abbastanza eterogeneo, ove per la prima volta entrano in conflitto le diverse subculture di fondo (tradizionalisti versus laicisti), fomentando un clima di sospetto e producendo una frattura all’interno del blocco imprenditoriale.
Lunedì scorso il Capo di Stato Maggiore, il generale İlker Başbuğ, ha esplicitamente minacciato i mezzi di comunicazione, rammentando come la disinformazione inerente le attività condotte dall’Esercito possa costare, ai singoli notisti, una pena che varia dai tre ai sei anni di reclusione. Un’accusa frontale molto dura, una vera minaccia non recepita dai corrispondenti italiani, evidentemente intenti a leggere una vasta bibliografia fantasy sui pericoli dittatoriali innescati dalle pressioni del premier al presidente dell’Agcom. Ma questa è un’altra storia, decisamente non edificante.
Mehmet Altan, editorialista del Daily Star, ha risposto a stretto giro alle provocazioni di Başbuğ, notando come l’intimidazione palesi di per sé una flagranza di reato che consentirebbe a qualunque pubblicista di adire immediatamente le vie legali per affrontare la discussione nelle opportune sedi giudiziarie:
«Il generale accusa noi media di violare le leggi, ma le sue stesse dichiarazioni sono in aperta contraddizione con lo spirito dell’articolo 138 della Costituzione. La Costituzione dice che nessuno ha il diritto di interferire nell’attività della magistratura, ma lui non bada a questo principio. Considerando i crimini che ha commesso […] dovrebbe essere condannato a più di 20 anni di carcere».
Parole evidentemente poco consone a toni compromissori. Il riferimento all’articolo 138 della Costituzione non è casuale: il generale Başbuğ è stato da più parti rimbrottato per il suo protagonismo mediatico, con critiche velate perfino tra amici ed estimatori. L’opposizione concettuale a qualunque forma di indagine volta a verificare eventuali responsabilità dei suoi sottoposti è stata una costante. Ciò di sicuro non agevola i rapporti con la stampa.














