L’editoriale apparso sabato sulle colonne del Corriere della Sera, con la firma in calce di Sergio Romano, ha ritratto perfettamente la situazione politica italiana, così come si è evoluta nelle ultime ore. L’uso spregiudicato della piazza dipende, in certa misura, dall’incapacità cronica delle coalizioni di realizzare programmi alternativi di governo, concreti progetti di riforme capaci di incidere sul funzionamento dei meccanismi posti alla base della nostra vita sociale.
La manifestazione del Partito Democratico, come abbiamo avuto modo di dire in questa sede, rappresenta razionalmente un non-senso: in sostanza per non derogare ad una regola burocratica, un soggetto che pone la libertà d’arbitrio dei singoli nella denominazione stessa della propria struttura, decide di combattere il tentativo “golpista” dell’Esecutivo, volto in ultima analisi a consentire lo svolgimento di libere elezioni, contestando un decreto interpretativo controfirmato dal Quirinale, sul cui scranno siede un uomo che non rappresenta certo le virtù della Repubblica di Salò. Com’era prevedibile la manifestazione si è rivelata, a livello numerico, un mezzo flop, stante la buona pace delle rimostranze di Bersani, un’occasione sfruttata al peggio per scatenare le frustrazioni e gli istinti più cruenti dell’antiberlusconismo militante. Ciò ha prodotto nell’immaginario collettivo un risultato negativo, consentendo all’Italia dei Valori di lanciare l’ennesima Opa sulla stabilità politica dell’opposizione parlamentare. Tanto varrebbe, di questo passo, chiudere baracca e consegnare al profeta Grillo il destino della coalizione.
Il Popolo della Libertà, per parte sua, poteva rispondere nei modi più disparati. Poteva, ad esempio, chiedere scusa degli errori commessi in fase organizzativa, spiegando che una democrazia parlamentare non può perdere il contatto con le urne in funzione delle inadempienze di alcuni scellerati. Poteva, in alternativa, fare spallucce e chiedere mediaticamente se è comprensibile rinunciare ad una contesa elettorale in funzione di qualche svista amministrativa. L’establishment del centrodestra ha però preferito seguire un’altra via, indicando nel ricorso alla piazza l’unica soluzione al problema. Ha preso così il sopravvento una specie di cultura machista, dove ciascuna forza tenta di sfoderare i muscoli ed il proprio peso in virtù di una battaglia condotta al di fuori dei tradizionali canali istituzionali. Perché il popolo bue, che tutti vogliono indebitamente rappresentare, conosce già la sede dove spendere la preferenza in favore della politica che ritiene più affine ai propri interessi. Ma questo fattore viene dimenticato, trascurato, riposto in un cassetto e relegato nell’oblio. C’è un incontro di boxe da organizzare e l’unica regola è che non sussistono regole. Povera Italia.














