La scelta di Napolitano

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Nutro una certa invidia nei confronti di quanti, in queste ore, senza colpo ferire emettono aspre sentenze sulla condotta politica del Colle. Il decreto interpretativo varato dal Governo costituisce indubbiamente un atto piuttosto squallido per una democrazia occidentale, ma le connotazioni negative e le chiavi di lettura differenti del testo presentato dall’Esecutivo non possono portare automaticamente all’estensione di giudizi critici sul Quirinale. Il perché è presto detto.

Affinché un sistema sia pienamente liberale devono sussistere almeno due fattori: la rappresentanza diretta del corpo elettorale (nel rispetto del principio democratico e del suffragio universale) e la recezione delle regole generali stabilite di comune accordo al momento della definizione dello Stato. Solo su queste basi il contratto sociale può reggere in una prospettiva più ampia. Ora, il Presidente Napolitano, com’è chiaramente comprensibile, si è trovato di fronte ad un conflitto: è più giusto, ai fini della tutela del sistema, mantenere saldamente il controllo dei principi “burocratici” dell’ordinamento, delle regole del gioco, o è formalmente corretto riconoscere il diritto alla principale forza rappresentativa del paese di competere regolarmente, nonostante l’inettitudine dei singoli e fatta salva una valutazione negativa degli eventi? Non è un dubbio da poco conto, perché ripropone quel conflitto stridente che non poche volte si è posto all’indomani della rivoluzione francese: meglio la democrazia o il liberalismo per preservare il nuovo ordine costituito?

La possibilità di analizzare sotto tale prospettiva storica le problematiche emerse non è stata neppure presa in considerazione dagli oracoli del Parlamento, facili al protagonismo mediatico e al sensazionalismo pietoso. Chi ha parlato di impeachment ha mostrato, per l’ennesima volta, una tendenza sgrammaticata all’uso salmodiante di una retorica carceraria, la quale – inevitabilmente – rappresenta un’anomalia nella vita pubblica di un paese. Ineluttabilmente una minoranza di cittadini scenderà in piazza, presto o tardi, in difesa non già dei diritti acquisiti dalla società civile, ma nel tentativo disperato di modificare – norma in pugno – il risultato elettorale, al grido “negate la rappresentanza”. E’ un fenomeno curioso e paradossale, espressione tipica dell’Italia di questi anni.

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