Erdogan si ferma a Zurigo
Nel mese di Ottobre, su queste colonne, avevamo ricostruito la storia del lento riavvicinamento diplomatico fra Turchia e Armenia, un’operazione complessa e piena di nodi irrisolti, in virtù del contenzioso storico inerente il genocidio perpetrato dall’Impero ottomano.
Sotto l’occhio vigile della comunità internazionale e sulla spinta delle pressioni di Washington, i rappresentanti di Yerevan ed Ankara, nella seconda settimana del suddetto mese, riuscirono ugualmente a firmare un accordo di normalizzazione dei rapporti per la ripresa delle relazioni diplomatiche e la progressiva riapertura dei confini.
Sembrava delinearsi una chiara strategia adottata dal Primo ministro Erdogan: l’obiettivo dell’Esecutivo poteva essere volto esclusivamente alla risoluzione di ogni contenzioso regionale, onde tracciare una prospettiva di stabilità del territorio per far maturare rapporti di buon vicinato, magari nella prospettiva di un’integrazione politica o di una partnership economica con l’Unione Europea.
Sussisteva però, già all’epoca, un’incognita vistosa, derivata dall’attuazione degli stessi accordi, demandata – in ultima analisi – ai parlamenti nazionali come unici organi competenti.
Gennaio ha raffreddato così l’originario entusiasmo, portando con sé parecchi dubbi sull’entità dell’intesa raggiunta a Zurigo. L’opposizione interna al processo di pacificazione non ha smesso, neppure per un secondo, le vesti della pubblica inquisizione sul tribunale dei mass media, costringendo gli esponenti della maggioranza a rivedere le proprie posizioni in linea difensiva, inseguendo gli istinti e gli umori più tradizionalisti dell’opinione pubblica.
L’argomento di fondo che ha caratterizzato la divergenza dell’opposizione parlamentare riguarda l’Azerbaigian, paese turcofono in perenne conflitto con Yerevan per il controllo dell’enclave del Nagorno-Karabakh. Non è una questione formalmente prioritaria per il potere politico di Ankara, ma Erdogan ha avvertito il bisogno di correggere il tiro, proclamando la necessità del ritiro armeno dai territori occupati come condizione indispensabile e preliminare per il perfezionamento dei protocolli.
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