Ho sempre sostenuto, fin dai tempi della campagna elettorale americana, che l’eventuale ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca avrebbe lasciato immutati l’assetto di potere e gli equilibri fondamentali della comunità internazionale. Il mio ragionamento, sicuramente poco lusinghiero per una prospettiva europea, verteva su tre dati di fatto:
in primis, il Vecchio Continente è oggi fuori dal circuito economico delle macropotenze per un insieme di fattori su cui non è necessario tracciare un’analisi approfondita in questa sede (l’affermazione Cinese, l’India, la delocalizzazione, la stagnazione, il basso indice di natalità, sono tutte concause da tenere in considerazione); in secondo luogo, la scarsa coesione tra gli Stati membri rende puntualmente difficile l’adozione di una linea unica valida per l’intero blocco continentale e, d’altronde, la mancata intesa sulla Costituzione sta lì a dimostrare quanto prossimo sia il trionfo delle divergenze, con buona pace dell’intermediazione diplomatica; in terzo luogo, una possibile apertura di Obama, eventuale e teorica, sarebbe coincisa – presto o tardi – con la necessaria responsabilizzazione delle singole comunità nazionali sul fronte globale, opzione decisamente poco praticabile alla luce del guazzabuglio iracheno che ha mostrato impietosamente la frattura europea.
Partendo da questi postulati, avevo personalmente espresso scetticismo sulla possibilità di un cambiamento radicale, senza tenere in considerazione un dato basilare che costituisce da sempre la regola fondante dei regimi politici: la gestione degli affari di governo richiede un’assunzione di responsabilità tale da imporre al vertice dell’agenda non solo i medesimi problemi, ma financo, molto spesso, le stesse identiche soluzioni. In altri termini: la sostanza resta uguale, però le sfumature variano a seconda del contesto e della retorica utilizzata dall’establishment. La leadership democratica ha dimostrato chiaramente che le mie preoccupazioni erano fondate, non rinunciando all’unilateralismo – e i bombardamenti sul Pakistan, taciuti dai nostri quotidiani, lo testimoniano – e parimenti incoraggiando quella presa di distanze “necessaria” dall’alleato storico occidentale.
Un editoriale del Wall Street Journal ha così posto l’accento su un tema sottovalutato dall’opinione pubblica europea:
«la situazione deve essere dolorosamente triste per gli europei che hanno osannato l’ascesa di Obama. Ma la loro infatuazione è stata sempre frutto di un’illusione che il presidente avrebbe considerato il vecchio continente un partner nella gestione del pianeta. L’Europa potrebbe presto accorgersi che George W. Bush è stato l’ultimo presidente transatlantico, l’ultimo che avesse la voglia di coltivare l’amicizia con i leader europei, considerandoli prioritari su tutti gli altri e l’ultimo che partecipava a tutti i vertici».
Una disamina abbastanza impietosa che però riflette, col senno di poi, la lungimiranza delle tanto vilipese “supposizioni”.














