Che la Turchia sia un interlocutore privilegiato dell’Unione Europea è fuor di dubbio; si possono discutere legittimamente le varianti diplomatiche sul tavolo, optando per l’integrazione o per la partnership, ma non si può negare il ruolo strategico che Ankara ricopre nello scacchiere globale. La posizione geografica e la collocazione internazionale dal dopoguerra in poi l’hanno resa, nel tempo, un alleato affidabile. Stupisce, pertanto, in misura maggiore, il silenzio degli organi competenti a livello comunitario sulla questione cipriota.
In questi giorni, infatti, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha pubblicamente incontrato il leader turco-cripriota Mehmet Ali Talat e il Presidente greco-cipriota Dimitris Christofias, per studiare le possibili soluzioni della controversia locale. Una faida, quella dell’isola, che va avanti dal 1974, da quando cioè l’esercito turco invase la parte settentrionale del paese al fine di tutelare la propria minoranza etnica dopo il colpo di stato eseguito – con minacciosi intenti – dai nazionalisti d’origine ellenica.
In occasione dei colloqui, Ban Ki-moon ha mostrato un cauto ottimismo, lasciando trapelare la propria soddisfazione per le garanzie ricevute sul rispettivo impegno delle parti per una celere soluzione condivisa. La velocità è diventata, non a caso, un elemento essenziale nella strategia del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, costretto politicamente a bruciare le tappe in vista di una possibile sintesi. Se da un lato, come sempre, vi è la ligia attenzione dell’opinione pubblica occidentale, per altro verso le varianti politiche che nel breve periodo potrebbero sorgere rischiano seriamente di compromettere lo spazio di manovra che l’Esecutivo ha costruito con fatica negli ultimi mesi. L’ombra più imponente è quella di Eroglu, esponente di spicco dell’opposizione al processo di pacificazione e fonte autorevole di una contestazione locale ad Ali Talat. Mentre quest’ultimo è stato il principale promotore della riunificazione, Eroglu non esita – ancora oggi – a ribadire pubblicamente la necessità di un riconoscimento internazionale della secessione. In una realtà culturalmente legata alla tradizione, qual è quella turca, non è sottovalutabile il peso di un esponente che riconosce nelle scelte delle passate amministrazioni, scelte inerenti la proclamazione di una repubblica alternativa, il pregio della lungimiranza. Sfida ancor più complessa, se il partito di governo che regna nello Stato d’origine è un partito che ha esaltato la tradizione come baluardo di un rinnovato approccio alla cosa pubblica.














