Il crepuscolo della teocrazia

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Provate a immaginare di vivere in un paese monarchico, con un’opinione pubblica perlopiù ideologizzata, in cui la successione al trono viene arbitrariamente stabilita dal sovrano in carica, senza consultazioni né colloqui di rito. Provate poi a pensare ad un lento rovesciamento della situazione, ad una progressiva presa di coscienza delle masse dopo anni di torpore intellettuale. Cosa succederebbe se, ad esempio, in un dato momento la popolazione non soltanto criticasse l’erede designato, ma addirittura mettesse in discussione lo stesso principio assolutistico di legittimità che giustifica l’ordine costituito? Probabilmente una rivoluzione, certamente una sommossa, dipende dal grado di coinvolgimento popolare. E’ questo il timore vissuto nell’ultimo mese dall’establishment iraniano, stretto da un lato dalla morsa politica dell’onda verde, che costringe l’autorità a reagire con la violenza per sedare le proteste, e – per altro verso – schiacciato dalla pressione dei media internazionali, insolitamente solerti nel registrare il mutamento d’equilibri in atto.

Il movimento di protesta, per la prima volta dai tempi della rivoluzione di Khomeini, non appare come un corpo estraneo rispetto alla cultura e alla tradizione di quel contesto territoriale: non ci sono interferenze americane da smascherare o disegni impliciti dei sovietici da decriptare, con buona pace del regime. E’ il popolo ad aver espresso genuinamente la sua rabbia, non in funzione di un’improvvisa defezione, bensì in virtù dell’elaborazione di una dottrina politica antitetica a quella su cui posano le fondamenta le attuali istituzioni teocratiche regnanti.

Ben prima delle manifestazioni che hanno attirato su Teheran gli occhi dell’opinione pubblica mondiale, uomini come Montazeri, Rafsanjani, Karroubi, teologi e autorità spirituali di varia estrazione come Yousef Sanei o ancora Yousefi Eshkevari, hanno sviluppato in seno alla fede musulmana una critica degli attuali sbocchi teologici, troppo distanti dalla libertà degli individui. C’è una vasta bibliografia in merito che coinvolge non soltanto riviste accademiche specifiche, bensì anche interpretazioni spirituali differenti delle medesime fatwe. La separazione della sfera privata da quella pubblica in tema di fede non appare più un miraggio e l’occidente dovrebbe registrare questo successo affiancando il modello nascente, senza temere – per l’ennesima volta – le possibili ricadute economiche e/o strategiche di una decisione maturata in nome di quei principi che in passato abbiamo (giustamente) proclamato universali.

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