Le complesse relazioni diplomatiche che legano Israele e la Turchia sono state ulteriormente logorate dall’ennesima polemica, innescata – stavolta – da una banale serie televisiva. Il lettore non si sorprenda: nella vita come nelle relazioni internazionali, quando il buon senso cede all’orgoglio, succede spesso d’irritarsi perfino per futili motivi. Il governo di Gerusalemme ha così accusato i mass media di Ankara di fornire volutamente un’immagine distorta dell’etnia ebraica, dipingendola – financo nei telefilm – nelle vesti negative di ruoli delinquenziali.
Ora, non si capisce per quale motivo l’Esecutivo turco sarebbe dovuto intervenire con una forma di censura preventiva su un copione pop di dubbio gusto. In nome e per conto di questo presunto disegno, ordito da ignoti cospiratori, Israele ha riservato un trattamento indegno all’ambasciatore turco Ahmet Oguz Celikkol: questi, di fronte alle telecamere indiscrete della stampa, ha dovuto attendere una buona ventina di minuti prima di poter adempiere alla sua missione diplomatica; all’ingresso non gli è stata riservata la calorosa stretta di mano dalle autorità locali, operazione di educazione e di routine, e non è stata esposta alcuna bandiera in rappresentanza ufficiale dello Stato che onorava; per ultimo è stato simbolicamente posto su una sedia di dimensioni più piccole, come se si volesse ridimensionare il peso del Paese.
Inutile dire che Erdogan non ha apprezzato il trattamento, invocando scuse ufficiali. Ankara ha minacciato di ritirare il proprio ambasciatore dallo Stato ebraico, se non si dovesse trovare celermente una soluzione alla controversia. Secondo fonti ufficiose, a minacciare il ritiro della delegazione sarebbe stato lo stesso presidente Abdullah Gul, ormai stufo di questa polemica ad oltranza.














