Per comprendere pienamente la questione di Rosarno, bisognerebbe valutare la realtà in analisi sotto una duplice prospettiva: politica e sociologica. Purtroppo, spesso e volentieri, questi due piani distinti vengono separati arbitrariamente nel dibattito, inficiando il giudizio complessivo sulle vicende d’attualità. Naturalmente questa sorta di “guerriglia incivile”, che il paese calabro vive ormai ininterrottamente da tre giorni a questa parte, è stata presa in considerazione dai media nazionali in virtù di un quesito di fondo: chi sono i responsabili? Ora, la ricerca dell’originario colpevole di una sommossa popolare che distingue due etnie, due culture, “noi” e “loro”, è un esercizio tanto futile quanto sconsiderato e conduce presto o tardi alla logica del sospetto, agli umori più meschini che costituiscono il prologo del fenomeno razzista.
Un partito responsabile, d’opposizione o di governo poco cambia, dovrebbe ergersi a difesa della legalità, valore base per una civile convivenza stabilita sulla rigorosa applicazione delle norme del nostro ordinamento. Le dichiarazioni del ministro Maroni circa le evidenti responsabilità politiche di quanti negli anni hanno gestito il tema dell’integrazione sono perciò soltanto in parte veritiere: sì, chi ha ignorato – volutamente o meno – la possibilità dell’apertura del vaso di Pandora ha evidentemente avuto un ruolo non marginale nella creazione di certe tensioni; e tuttavia invocare la legalità come uno strumento contundente da accompagnare alle espulsioni per quegli immigrati clandestini che hanno partecipato alla rivolta non risolve, bensì aggira il problema, con l’aggravante dell’ipocrisia. Perché lo Stato non può mostrare il volto ligio alle regole dell’ordine esclusivamente quando si tratta di punire i soggetti deboli. Gli stessi immigrati, infatti, sono stati per decenni oggetto di un abuso vergognoso e illegale qual è la pratica del caporalato, ancora diffusa in tutto il Bel Paese.
Vivere per quindici anni, lavorando in condizioni precarie di sicurezza per quindici ore al giorno, con una paga quotidiana di quindici euro è frustrante e innescherebbe sommosse ovunque, non serve Marx per capirlo. Il che non implica una difesa degli istinti più violenti. Basterebbe ripescare il primo punto della formula adottata dal governo anglosassone di Blair: punire la criminalità e le cause della criminalità. Condannare, in altri termini, tutte le azioni eversive compiute dagli stranieri, perseguendoli per legge, parimenti punendo con doverosa severità quella pratica di schiavitù moderna utilizzata per ammortizzare i costi.














