La svolta di Erdogan

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La Turchia ha fatto tanti passi avanti in vista dell’integrazione europea. Lo abbiamo ricordato spesso su queste colonne. Oggi però la tendenza sembra essersi invertita. Ankara ha riscoperto il proprio ruolo mediorientale non in funzione degli interessi del blocco atlantico, che aveva sempre egregiamente rappresentato nel contesto territoriale, bensì in vista di un progetto marcatamente nazionale. E’ la logica conseguenza dei freni e dei veti posti a più riprese dalla Francia e dalla Germania in sede comunitaria. Se l’establishment militare mantiene la storica inflessibilità nei confronti della tutela della laicità dello Stato, il partito di Erdogan nutre prospettive diverse e si muove lungo traiettorie differenti. L’offensiva ai media indipendenti è stato il primo tassello di un complesso processo di smarcamento dai dettami della precedente politica. L’annullamento delle esercitazioni militari con Israele, il progressivo riavvicinamento alla potenza siriana e il diverso approccio sul dossier nucleare iraniano sono stati i passi successivi, gli elementi che vanno letti e inquadrati in questa nuova prospettiva.

Proprio l’Iran è un capitolo a sé. Mai, infatti, i rapporti tra la Repubblica laica e la teocrazia persiana erano stati caratterizzati da una qualsivoglia forma di simpatia. L’ostilità manifesta non era stata neppure messa in discussione durante la guerra del Golfo, quando le truppe di Ankara avevano sostenuto attivamente l’offensiva statunitense volta a ridimensionare il ruolo e le aspirazioni regionali di Saddam, non esattamente un amico dei Mullah. Eppure oggi qualcosa è cambiato. Il primo ministro turco si è opposto ufficialmente alle sanzioni contro Teheran, specificando in privato – secondo fonti ben informate – che l’approccio occidentale parte da premesse sbagliate: non si può negare a un popolo il diritto di rifornirsi dell’energia che più gli aggrada. Abdullah Gul, nei giorni più duri della contestazione elettorale, ha chiamato il capo del governo ultraconservatore per congratularsi della vittoria fraudolenta, come se le persone in piazza e la repressione operata dalle forze di polizia fossero un dettaglio marginale.

Sono tanti piccoli segnali di un cambiamento di tendenza. A questo punto si pone una sfida nuova per gli Stati Uniti e, di riflesso, per l’Unione europea: quale linea adottare nei confronti di un membro della Nato così incline a valutazioni divergenti nella prospettiva internazionale?

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