In politica spesso l’identità culturale viene strumentalizzata nel dibattito. In Italia è un fenomeno costante. Si pensi, nello schieramento parlamentare, alla presenza della Lega Nord, costituitasi negli anni ’90 in un clima d’emergenza nazionale attorno al mito dell’identità padana, letteralmente inventata in contrapposizione alle forze di “Roma ladrona”.
La questione svizzera sul divieto di edificare nuovi minareti ha alimentato un dibattito surreale. Due posizioni hanno particolarmente colpito la mia attenzione. La prima, quella espressa dall’onorevole Gasparri, si basa su un principio:
«Moschee o minareti spesso non sono solo simboli di culto, ma luoghi dove i predicatori di odio, nella loro lingua, infondono i dettami della violenza e dell’intolleranza. In pericolo non c’è solo la nostra identità cristiana, ma la nostra sicurezza».
Gasparri, è bene ricordarlo, è colui che ha recentemente posto una severa critica al presidente della Camera, specificando che certe idee così palesemente antitetiche al dettato del Pdl non solo non possono essere espresse pubblicamente, ma non dovrebbero neppure essere pensate. Ora, se Gasparri pensasse di più al di fuori della logica partitica, forse riuscirebbe a calarsi meglio in una realtà difficile qual è quella dell’integrazione, per il bene nazionale. Fa sorridere l’idea che l’Occidente, in nome del bagaglio culturale della tolleranza che detiene, debba diventare improvvisamente intollerante nei confronti della libertà spirituale altrui, inibendo ai musulmani la possibilità di recarsi in luoghi prestabiliti per celebrare la preghiera. Il tema caldo è ovviamente quello della sicurezza, così anziché imporre – ad esempio – di predicare i sermoni nella nostra lingua, si decide arbitrariamente di impedire la riunione stessa della comunità islamica. Si va a monte, conculcando l’espressione religiosa per evitare di confrontarsi domani con un’ipotetica minaccia terroristica. Non c’è che dire, è vero liberalismo.
La seconda sortita è pervenuta invece dall’ex ministro della Giustizia, l’onorevole Castelli, il quale ha provocatoriamente proposto di mettere la croce sul tricolore, così che il corpo di Cristo possa tutelare la nostra tradizione. La croce di Castelli è però diversa da quella presente in Vaticano: è un’ascia, non un simbolo d’amore universale compiuto attraverso la Passione di Nostro Signore. D’istinto la prima obiezione sarebbe semplice da articolare: per quale motivo un esponente della Lega Nord, partito che ha usato il tricolore per fini igienici anni addietro, sempre solerte nel celebrare annualmente il dio Po’, si preoccupa dell’identità nazionale tanto da voler modificare una bandiera che non riconosce con un simbolo spirituale che non condivide? Il punto però è un altro. Il movimento di Pontida non chiede più agli immigrati di conformarsi al nostro ordinamento nel rispetto della diversità dei costumi; pretende di imporre la propria forma mentis e gli stili di vita annessi a coloro che si inseriscono nella nostra realtà. Ha fatto bene Stefania Craxi a rammentare come questa polemica si inserisca in un quadro ben preciso, ove tra le tappe precedenti è impossibile dimenticare il progetto dell’onorevole Salvini di istituire una sorta d’apartheid sulla metropolitana milanese. Il quesito che si pone all’attenzione dell’opinione pubblica è allora un altro: quando il governo si smarcherà pubblicamente da questo scempio voluto da alcuni settori della maggioranza?














