Lo scenario iraniano è sempre più complesso e si fa fatica a distinguere la realtà dalla finzione, gli intenti del governo dalle operazioni di distrazione di massa. Anziché analizzare minuziosamente il quadro degli eventi e dare una prospettiva internazionale all’informazione, la stampa italiana preferisce volgere lo sguardo altrove, concentrandosi – magari – sulle supposizioni, ripeto: supposizioni, di un pentito per anticipare un’indagine inerente quell’obbrobrio giudiziario che è il concorso esterno in associazione mafiosa. Ma torniamo al Medio-Oriente, lasciando le miserie nazionali al circuito mediatico, così incline a concepire la politica come una sovrastruttura del codice penale.
L’ultima notizia, in ordine di tempo, proviene dall’Esecutivo di Teheran: Ahmadinejad domenica ha pubblicamente annunciato l’esistenza di un piano del governo per rilanciare le ambizioni nucleari del paese, con la creazione di dieci nuovi siti per la produzione dell’uranio arricchito. Un piano ambizioso, in quanto il più piccolo di questi centri in costruzione sarebbe pari, per dimensioni e capacità, a quello attualmente più grande presente nella repubblica teocratica. Ali Larijani, massima carica del parlamento e un tempo vicino all’ala riformista, ha rilanciato la sfida, profittando dell’addio di El Baradei per paventare una possibile riduzione della cooperazione con l’Agenzia atomica.
C’è qualcosa di vero o è una farsa montata ad hoc? Naturalmente le certezze sono fragili, illusorie, e dunque la comunità mondiale deve seriamente prendere in considerazione le minacce provenienti dalla realtà persiana. Tuttavia, nel registrare l’ennesima chiacchiera proveniente dall’entourage della Casa Bianca («Teheran si sta isolando e il tempo sta per scadere»), nell’ambito di una ricostruzione giornalistica dobbiamo evidenziare come le affermazioni del leader iraniano cadano in concomitanza con un altro evento, indubbiamente rilevante. Stando a quanto riportato dal quotidiano Etemad, l’ayatollah Jayadi Amoli – responsabile della preghiera del venerdì nella città sciita di Qom – si è dimesso due giorni addietro dal suo incarico dopo una lunga controversia con l’establishment al potere. Nei mesi successivi alle elezioni presidenziali, infatti, non aveva mai mancato di esprimere il proprio disappunto sullo scarso rispetto degli standard democratici, rimproverando al consiglio degli Ulema, la massima autorità, una palese sordità rispetto ai richiami e ai bisogni della popolazione. Le sue osservazioni erano state talmente critiche da indurre gli ultraconservatori a organizzare delle vere e proprie manifestazioni di dissenso rispetto ai suoi sermoni.
Dunque il quesito logico che si pone agli osservatori internazionali è evidente: la mossa di Ahmadinejad è davvero volta alla creazione dei suddetti siti o mira nuovamente a deviare l’attenzione dal movimento pubblico di protesta che acquista forza e consenso giorno dopo giorno?














