Scusate, abbiamo scherzato. Sembra essere questa la frase ricorrente presentata dalle autorità iraniane alla comunità internazionale di fronte allo spinoso dossier nucleare. Ogni qualvolta appare possibile fare un passo avanti senza le minacce o l’uso delle armi, puntualmente il regime teocratico contraddice lo spirito di buona volontà declamato e viene meno ogni possibile bozza d’intesa. Dopo l’accordo di Ginevra, Teheran ha avuto tutto il tempo di riflettere e ponderare l’allettante offerta siglata sotto la supervisione di El Baradei – non esattamente un pericoloso falco dell’era Bush – ma ha deciso nuovamente di rispondere picche e di rispedire al mittente un patto che avrebbe potuto costituire davvero la svolta nei rapporti bilaterali fra Washington ed i mullah.
Stavolta, però, il rifiuto è coinciso con l’adozione di una tattica più sofisticata. L’accordo di massima tra le grandi potenze partiva dalle obiezioni manifestate dall’Esecutivo ultraconservatore. Partiva, cioè, dalla necessità di tutelare il diritto della cittadinanza ad utilizzare e sviluppare energia nucleare per fini pacifici, specie nel campo della tecnologia medica. Come riuscire in questo intento dopo la scoperta del sito di Qom, uno stabilimento occulto che perseguiva evidentemente diverse finalità? E’ servito un lungo e complesso colloquio tra Cina, Stati Uniti e Russia per dipanare la matassa in vista di una exit strategy.
Alla fine si è stabilito quanto segue: la Repubblica islamica avrebbe dovuto inviare in Russia il 75% delle riserve complessive di uranio, possedute su tutto il territorio nazionale, per ottenere un arricchimento del 19,75%; dalla Russia, poi, l’uranio sarebbe passato alla Francia, per rendere materialmente possibile il trattamento per la ricerca scientifica. Il tutto a titolo gratuito, con evidenti vantaggi per il popolo iraniano: nessun onere economico nel processo, identici risultati, miglioramento delle relazioni diplomatiche col blocco occidentale e quindi una possibile apertura dei traffici commerciali.
L’Iran ha detto no e ha motivato il suo diniego con un’argomentazione futile: cosa potrebbe succedere se a un dato momento Putin o Sarkozy dovessero decidere arbitrariamente di non collaborare più dopo aver ricevuto l’ingente quantità di risorse? Come se ciò fosse possibile in un sistema pluralista ove l’apparato mediatico controlla minuziosamente l’operato degli Esecutivi. In questa ottica del sospetto, non si sono fermate le trattative e il blocco occidentale ha proposto un’alternativa, rispettosa delle osservazioni critiche, basata sul cambio di traiettoria geografica: l’uranio, in altri termini, sarebbe finito nelle mani della Turchia, che avrebbe a quel punto compiuto le medesime operazioni garantendo ogni interesse in gioco, in quanto paese Nato con un’opinione pubblica in maggioranza musulmana. Meno di una settimana fa è arrivata l’ennesima risposta scontata: no. Per la serie: vi ringraziamo dell’attenzione mostrata, ma non siamo interessati. E tanti saluti alla possibilità di venirne fuori.














