Lo sguardo oltre la cortina di ferro

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Provate a fare un esperimento. Munitevi di pazienza e andate a visitare un’emeroteca in cerca dei quotidiani del nove novembre di vent’anni fa. In alternativa navigate online per reperire vecchi telegiornali e servizi d’epoca, senza le ricostruzioni dell’ultima ora. Ascoltando o semplicemente leggendo le parole dei vari opinionisti, potrete immediatamente giungere a due conclusioni: in primis, già all’epoca era diffusa la netta percezione di un passaggio storico alle porte, di un evento significativo che avrebbe di lì a poco sconvolto gli assetti e gli equilibri tradizionali del sistema globale; in secondo luogo, il mondo di oggi, nonostante la presenza di parecchie problematiche simili, è pensato in maniera differente.

Sul finire degli anni Ottanta, infatti, la logica dei blocchi contrapposti dominava il quadro internazionale e l’Europa era fisicamente divisa dal muro di Berlino. Tuttavia diverse crepe nelle fondamenta dell’Impero dell’Est erano visibili: a parte la questione spirituale in Polonia, il sistema di pianificazione economica non poteva reggere la sfida sulla corsa agli armamenti, una realtà di fatto arcinota al presidium sovietico fin dagli anni ’60. In tale ambito bisogna inquadrare, in un viaggio a ritroso nel tempo, il dialogo per il disarmo nucleare iniziato da Mosca dopo la crisi di Cuba e continuato, a fasi alterne, per almeno un ventennio. Il Cremlino, in altri termini, doveva rispondere alle esigenze interne, allo stato precario delle finanze pubbliche e al dissesto finanziario di un’anacronistica concezione dell’economia mondiale. Sul fronte occidentale il contenimento democratico, adottato con successo nell’immediato dopoguerra, perse appeal col passare degli anni e crebbe in seno alla Casa Bianca la necessità di affrontare il conflitto freddo in una prospettiva più aggressiva, soprattutto durante la presidenza Ronald Reagan.

A salvare parzialmente la situazione fu Gorbacev, eletto segretario del Pcus nel 1985. Bisogna chiarire un punto molto importante in merito: nonostante l’assegnazione del premio nobel per la pace, l’ultimo leader dell’Unione Sovietica gode oggi di scarsissima popolarità all’interno dei confini nazionali. La Russia, ancora, tende a pensarsi come una superpotenza sullo scacchiere mondiale e non si capacita della funzione marginale cui è stata costretta dopo l’unione delle due repubbliche tedesche. Un’unione avvenuta in poche ore. La Rdt, secondo una consultazione dell’89, doveva continuare a esistere per il 95% del popolo. Non vi fu alcuna schizofrenia collettiva, semplicemente i dati diffusi erano viziati dal controllo operato nelle urne dalla polizia. Honecker non comprese la portata di quanto stava per accadere e chiese a Mosca un intervento formale o delle direttive precise da eseguire per sedare la situazione. Gorbacev però era ostile all’idea di mischiare il suo ruolo negli affari interni degli Stati-satellite, ritenendo che le eventuali complicazioni avrebbero costituito un problema politico per il progetto più ampio di riforme e trasparenza. Anni dopo dirà «ho consegnato la Polonia ai polacchi e la Germania ai tedeschi, dove avrei sbagliato secondo i miei connazionali?». Il Politburo obbligò così il segretario locale a rassegnare le dimissioni e poche settimane dopo arrivò la comunicazione ufficiale sull’apertura delle frontiere. A quel punto una folla festante si ammassò nei pressi del muro e alla Porta di Brandeburgo. Il cancelliere federale Kohl percepì chiaramente quanto le circostanze fossero favorevoli per una riunificazione e, saltando giganteschi ostacoli, formò rapidamente un’unione economica e doganale, accettando il cambio paritario tra marco occidentale e marco orientale.

L’esperienza di quell’anno, la dissoluzione del blocco sovietico in funzione della riunificazione tedesca, è stato probabilmente il più grande cambiamento politico della storia recente. La sconfitta del comunismo, la nascita dell’Unione Europea, l’ascesa di una Cina in grado – nello stesso anno – di reprimere la pulsione libertaria del proprio popolo (Tien An Men docet), sono eventi a cascata che possono essere ripercorsi come un unico filo conduttore, vedendo nel 1989 il vero spartiacque della politica contemporanea. Tuttavia in seno alla Germania, come ha rilevato sull’Atlantic Lane Wallace, «l’integrazione nazionale, economica e sociale si è rivelata molto più impegnativa rispetto a quanto si potesse prevedere. Molti, nella parte Ovest, risentirono il peso della tasse da pagare per potenziare le infrastrutture, gli edifici e le risorse dell’Est». I cittadini della vecchia repubblica democratica si trovarono all’indomani dell’unificazione improvvisamente senza la sicurezza sociale propria del sistema russo-tedesco e «sono ancora oggi spesso considerati cittadini di seconda classe per i loro omologhi occidentali. La loro conoscenza del russo e del tedesco non li ha aiutati minimamente in un mondo economico in cui l’inglese è diventata la lingua comune. Per tutti la celebrazione del 9 novembre, e il cambiamento che essa ha portato con sé, ha comportato una distruzione del mondo che avevano conosciuto…e ha dato luogo a paura». Una paura che getta ancora parecchie ombre sul destino della più grande realtà europea e, di riflesso, sulle potenzialità dell’intero continente.

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