Il cauto ottimismo manifestato qualche giorno fa dal Dipartimento di Stato, in merito al dossier nucleare iraniano, è stato immediatamente accantonato dal governo di Teheran, piuttosto scettico sulle direttive pervenute dall’incontro di Vienna. Dopo aver stilato un accordo tra Washington, Londra, Parigi, Mosca, Pechino e Berlino, ossia tra gli Stati più potenti della comunità globale, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica – nella persona di Mohammed El Baradei – è pronta ad incassare l’indisponibilità di Ahmadinejad per il prosieguo della trattativa.
In base all’accordo formulato, la Repubblica islamica dovrebbe inviare il 75% delle riserve complessive di uranio possedute su tutto il territorio nazionale in Russia, per ottenere un arricchimento del 19,75%, dato determinato secondo criteri esclusivamente scientifici, onde evitare eventuali sviluppi militari della fonte energetica menzionata. In un primo momento questa trattativa sembrava poter attrarre il repentino consenso dell’Esecutivo ultraconservatore; in un sol colpo, infatti, Teheran potrebbe ottenere alla luce del sole sia il favore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per i passi avanti intrapresi nella distensione mediorientale, sia un rapporto diretto con Putin a testimonianza del ruolo chiave della “nuova” Russia. Non è un caso se il Leone di Persia ha ritenuto necessario procrastinare i tempi per valutare attentamente le conseguenze dell’accordo: da sempre gli ayatollah mirano a creare una sorta di partnership strategica col Cremlino, con buona pace dell’incompatibilità ideologica di fondo tra la fede musulmana (secondo i dettami fondamentalisti) e la tradizione imperiale di Mosca. L’idea di sganciarsi progressivamente dal controllo americano, disponendo di una sorta di immunità garantita nel consesso mondiale dalla collaborazione con l’ex nemico dell’Est, affascina parecchio le alte sfere di potere, tanto più che in prospettiva una simile situazione potrebbe trovare la propria naturale evoluzione in un appoggio più o meno ufficiale al processo di cooperazione nucleare, atto che consacrerebbe il ruolo di potenza egemone della regione.
Tuttavia l’indirizzo scettico ha lentamente conquistato maggiore autorevolezza all’interno dei confini nazionali. Secondo la tv di Stato, il governo preferirebbe acquisire il combustibile nucleare direttamente dai paesi terzi, piuttosto che trasferire il proprio uranio all’estero. L’Iran ha informato il direttore generale che sta valutando la proposta in un’ottica favorevole, ma «necessita di tempo, fino alla metà della prossima settimana, per fornire una risposta». Diversi osservatori internazionali hanno letto con sospetto queste dichiarazioni, ritenendo che Ahmadinejad voglia rimandare eventuali decisioni per continuare in segreto il programma nucleare. Tuttavia è più probabile che un serrato dibattito sia attualmente in corso nelle fila dell’Esecutivo, ma non possiamo parlare di falchi e di colombe, secondo la retorica statunitense, in quanto il minimo comune denominatore nella sfera politica locale risiede nel tentativo di creare un contraltare arabo in opposizione allo stradominio delle potenze occidentali.














