Lo scrivo da cattolico cristiano, ratzingeriano e abbastanza rigido sulle questioni dottrinali; lo scrivo con una certa idea dell’Europa, per usare una felice espressione di De Gaulle, ancorata alle radici della cultura ellenica e del libero arbitrio: se fossi cittadino turco, sarei comprensibilmente irritato con l’Unione. Il no ad oltranza verso qualsiasi apertura nell’ambito di una prospettiva comunitaria, ribadito puntualmente da venticinque anni a questa parte nei colloqui con la diplomazia di Ankara, è figlio di uno scetticismo sociale che si basa esclusivamente sul pregiudizio religioso, ossia sulla ferma convinzione che settanta milioni di cittadini musulmani non potrebbero mai integrarsi nel Vecchio Continente, quale che sia il retroterra culturale del paese d’origine e l’impostazione mentale dei singoli individui. Non importa quanti passi avanti faccia Erdogan con il suo Esecutivo sulla questione armena o sui diritti umani, non importa se la regione risulterà più stabile nel lungo termine grazie all’oculata politica della Mezzaluna. Tutto ciò, per i capi di Stato dei paesi che contano, non serve a nulla o se preferite – ricorrendo ad una formula tradizionale – “non offre sufficienti garanzie”. Ankara resta fuori perché incarna uno spirito diverso da quello comune in cui tutti noi facilmente possiamo identificarci. Ankara, cioè, manifesta per sua natura uno stereotipo differente che non ci appartiene. Nel progetto costitutivo di un’identità culturale non possiamo confrontarci con un simile così dissimile. Bisognerebbe allora avere il coraggio di dirlo nelle sedi opportune, per evitare ipocrisie di fondo che sempre più cinicamente offendono i sentimenti di un popolo fermamente occidentale (e la partecipazione alle missioni Nato sta lì a testimoniarlo).
Come ha scritto sul Financial Times Philip Stephens, a volte i piccoli incidenti possono essere rivelatori. Possono cioè illuminare gli osservatori sullo spirito della controparte nelle relazioni bilaterali. «Un paio di settimane fa, il Presidente della Turchia Abdullah Gul ha aperto una mostra dei tesori dell’Impero ottomano a Parigi. Uno sforzo per promuovere il ricco patrimonio della Turchia. Gül è stato raggiunto da Nicolas Sarkozy. Il presidente francese è arrivato masticando un pezzo di gomma».
Un simile dettaglio, secondario agli occhi degli sbadati parigini, non è passato inosservato nell’entroterra anatolico, ove il chewing-gum è stato dipinto come la metafora del disprezzo francese per le aspirazioni europee della Turchia, un modo di sfottere, irritante e grossolano, messo in atto dall’uomo più potente d’oltralpe. Che sia giusta o meno la lettura critica della stampa turca, è impossibile non evidenziare la mancanza di tatto da parte dell’Eliseo. Non a caso, in seno alla maggioranza di governo, si sta iniziando a discutere un’inversione di rotta nella strategia internazionale. L’ideologia islamica moderata dell’Akp concede un’apertura più franca al contesto mediorientale, determinante per gli equilibri economici del paese. Se un dialogo diretto con Teheran è escluso per la differente matrice culturale dei due Stati, una democrazia profondamente laica da un lato e una teocrazia totalitaria dall’altro, una più stretta collaborazione con la Siria non può essere trascurata. Lo ha rivelato Emile Hokayem dalle colonne del The National: «il riavvicinamento turco-siriano è ormai irreversibile, motivato principalmente da fattori economici e secondariamente da comuni interessi politici, tra cui la preoccupazione per le minoranze curde e la sfiducia verso la strategia attuale degli Stati Uniti. La Siria dovrà accettare lo status di partner minore nel rapporto, ma i vantaggi strategici di essere attaccati per l’economia alla diciassettesima potenza del mondo» potrebbero indurre a chiudere un occhio.














