Premessa di carattere generale. Chi scrive sostiene da sempre la necessità d’interagire col mondo musulmano. L’islam, come abbiamo avuto modo di dire in passato, non è un blocco monolitico a sé stante, riottoso e chiuso nella propria tradizione integralista. E’, piuttosto, un universo variegato, ove l’assenza di una riconosciuta classe sacerdotale porta il messaggio religioso a essere interpretato, di volta in volta, secondo chiavi di lettura differenti. Uno scambio, una contaminazione reciproca nel rispetto della diversità e della libertà di culto è dunque possibile. L’integrazione però deve poggiarsi su basi solide, costituite nell’essenza da un dibattito interculturale, necessario all’interno di uno Stato laico che predica la tolleranza come valore aggiunto. Sottolineo la caratura culturale del processo, perché il confronto spirituale, tra portatori di alternative verità, in primo luogo non mi convince (e non convince fondamentalmente neppure le gerarchie ecclesiastiche) e in seconda battuta non spetta a chi gestisce la sfera pubblica.
Questi spunti non possono però confondere le diverse prospettive presenti. Un torto imperdonabile, in materia, consiste nel voler procedere nella disamina dei problemi secondo giudizi sommari. Sbagliava la sinistra, a suo tempo, ad aprire le frontiere del paese ad un’immigrazione selvaggia, incontrollata, potenzialmente rovinosa; sbaglia tuttora la destra della Santanché, quando, in modo arbitrario, tenta di strappare il velo dal volto delle donne nei pressi delle moschee. Esiste però un altro errore che la destra italiana compie, uguale e contrario, nel tentativo di riabilitarsi rispetto alle frange estreme con tendenze radicali: è quello che concerne un’integrazione a tappe forzate. In quest’ottica possiamo prendere in analisi diverse misure proposte dalla corrente finiana del Popolo delle Libertà.
L’idea di estendere l’ora di religione nelle scuole pubbliche allo studio della dottrina islamica per i credenti musulmani è stata stroncata sul nascere dalla penna di Messori. Dalle colonne del Corriere della Sera, l’editorialista ha spiegato le sue perplessità:
«poiché, a parte casi particolari, gli allievi islamici sono ancora pochi in ogni classe, bisognerebbe riunirli tutti assieme in una classe sola, almeno per quelle ore. Ed ecco pronta la madrassa, la scuola coranica, che esige che i credenti in Allah stiano unicamente con altri credenti. Stretti in comunità, a cura della nostra Repubblica, chi farà loro lezione? […] “laici, pluralisti, democratici”, pronti ad affrontare concorsi per cattedre di Islam “corretto”? Ignorano che incorrerebbe in una fatwa di morte il muslìm che presentasse la sua religione come una verità tra le altre? Non sanno che relativismo e neutralità religiosa sono frutti dell’illuminismo europeo, ma bestemmie per il credente coranico? […] Non sanno che è impensabile il concetto stesso di storia delle religioni per chi è convinto che c’è una sola fede e le altre sono o incomplete o menzognere?».
Parole illuminanti che hanno tracciato un solco nel dibattito pubblico. Un’altra decisione controversa deve essere presa in merito alla proposta di velocizzare il processo di cittadinanza. Idea che è sembrata, a parecchi osservatori, piuttosto stramba e non per l’eventuale violazione dei patti elettorali, ma per il modello stesso d’integrazione nazionale a fronte del contesto europeo.
La Francia ha praticato, nel tempo, la sola integrazione possibile in una realtà omogenea che s’identifica con un forte Stato accentrato: ha imposto l’assimilazione della cultura del paese. Il Regno Unito, riconoscendo i particolarismi etnici e promuovendo l’autonomia delle formazioni sociali intermedie, ha cominciato a rivelare i limiti dell’approccio in occasione degli attentati di Londra, quando la seconda generazione di immigrati ha dimostrato, a dispetto delle aspettative, di non essersi adattata allo spirito di tolleranza. La Germania, il paese col più alto numero assoluto d’immigrati, sin dalla fine dell’Ottocento ha intrapreso un’attiva politica di reclutamento della manodopera, senza però concedere l’integrazione, legando nel tempo la permanenza alla produttività economica. A fronte di questo, l’Italia ha elaborato un metodo radicalmente differente, frutto anche del messaggio universalistico della Chiesa cattolica. A parte rari casi di manifesta xenofobia, basti pensare ad alcune esternazioni di esponenti della Lega, non esiste nel paese un sentimento d’intolleranza preconcetta verso il vicino d’Oriente. Ecco perché l’ipotesi sopramenzionata appare ancora più balzana.
Oggi il Secolo d’Italia e il web magazine della fondazione Fare Futuro hanno sferrato un altro attacco su questa linea, colpendo gli intolleranti con l’esempio tipico dell’integrazione: la figura di Rania di Giordania. Scrive Filippo Rossi:
«Rimanete in vergognoso silenzio, voi che avete riempito le pagine dei giornali con un razzismo mal celato dall’opportunità politica. Dalle frasi tipo: “E’ giusto ma non si può fare”; oppure: “E’ un’utopia”; “E’ inutile”. Fino all’ignobile: “Ci ruberanno anche il presepe”».
Ora, io queste frasi non le ho mai pronunciate, né in pubblico né in privato, ma non mi sono neppure permesso di contestare in alcun modo la legittimità di idee differenti dalle mie. Non si può essere liberali a fasi alterne. Presentare la splendida e moderata regina come l’esempio tipico di un’integrazione naturale mi sembra una forzatura priva di logica. Altrimenti non mi spiego il dettato della Bossi-Fini, una legge elaborata principalmente per ragioni di sicurezza. Se si ritiene davvero che il signor Rossi del medioriente sia, per caratteristiche culturali, identico a Sua Maestà nell’approccio pluralistico a pluriconfessionale, perché per anni il no all’immigrazione è stato il leitmotiv del Movimento Sociale?















Credo che l’integrazione di due culture sia una mossa lenta e complicata, specie se ci sono movimenti ed opposizioni che non fanno altro che ritardare. La realtà è che le comunità islamiche sono molte e si devono pur tutelare i loro diritti.
Ho trovato un articolo
http://www.loccidentale.it/articolo/fini+parla+all%27islam+perch%C3%A9+la+lega+intenda.0079964
http://www.facebook.com/pages/LOccidentale-Orientamento-quotidiano/153413827518
in cui si afferma che la mossa di Fini non farà altro che affogare questi tentativi, paragonandolo al modo di fare della Lega che “annuncia leggi roboanti, mai però portate in aula”.
Che ne pensate?
@ Nikolai:
Credo che il mio pensiero si evinca dal post. L’approccio da usare deve essere di tipo tradizionale: poiché non esiste una sola autorità spirituale musulmana con cui dialogare, bisogna sancire arbitrariamente dei punti base di tolleranza religiosa. Sotto il profilo laico il rispetto del dettato costituzionale congiunto alla conformazione all’assetto normativo vigente costituiscono la pietra miliare.