In seno al Popolo delle Libertà c’è tanta, forse troppa, voglia di litigare. Lo si avverte, sorprendentemente, non nella prassi di governo, ove la linearità delle scelte non è mai stata messa in discussione, ma nel movimento stesso, nelle sue correnti e nelle ramificazioni territoriali.
Non è un caso, se le principali problematiche emerse nel dibattito parlamentare sono provenute prevalentemente dalle frange più diverse del partito: la lettera di Fare Futuro sull’uso spregiudicato delle veline, l’idea di accelerare il processo di cittadinanza per gli immigrati, le questioni etiche e quelle finanziarie, conducono sempre alla stessa riflessione: la democrazia interna conculcata per un quindicennio dall’egemonica leadership del premier ha perso smalto, in concomitanza con la progressiva eclisse dell’opposizione di sinistra. La sintesi politica attuata dal Cavaliere tra le diverse anime della coalizione appare oggi superflua all’interno del partito unitario, un unico soggetto in cui nessuno si sente estraneo, epperò tutti si sentono minacciati. L’assenza di meccanismi decisionali regolativi ha prodotto una sorta di “tana libera tutti”, una guerra intestina in cui ciascuna fazione si cura esclusivamente della tutela della propria posizione acquisita, senza sentire come imprescindibile la necessità di dialogo. Per questo, durante la fase costituente, proprio dalle colonne di questa testata, indicai le evidenti contraddizioni presenti nell’assetto statutario: la riprovevole elezione della presidenza per alzata di mano era ed è un limite invalicabile che rende il soggetto stesso populista più che popolare.
Lungo questa scia possono essere inquadrate le critiche sollevate a Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia è una persona arcigna e pragmatica, tanto più invisa in Transatlantico quanto più centrale è il suo peso nell’attuale Gabinetto. Tuttavia le parole nette pronunciate sull’importanza del posto fisso appaiono ispirate a mero buonsenso e il can can mediatico generato dalle suddette esternazioni appare, in gran parte, privo di logica. Affermare che la precarietà è un problema e non la soluzione di ogni male, specie in una stagione di crisi travagliata come quella in cui stiamo vivendo, è un dato palesemente coerente con una prospettiva liberale. Gli stessi padri dell’attuale sistema normativo nazionale, dal compianto Giugni a Marco Biagi, hanno sempre avuto questo dato al centro della propria visione: l’ottica produttiva deve mirare a integrare progressivamente il lavoratore, rendendo il suo posto a tempo indeterminato per il bene della collettività e degli individui. La pena è una forma di perpetua precarietà esistenziale, che genera una miriade di soggetti sfruttati dalle corporazioni forti, privi di protezione sindacale e alla mercé dei nuovi potentati. Tali lavoratori, tra l’altro, non avendo le elementari forme di tutela, si ritroverebbero inevitabilmente presto o tardi a rinunciare alla formazione del nucleo familiare, abbassando il tasso di natalità e procurando una nuova stagnazione (senza contare la crisi del sistema pensionistico nel lungo termine). Di fronte alle obiezioni, Tremonti ha alzato le mani: «non capisco i giornali. Ho detto una cosa scontata: come che tra stare al caldo e stare al freddo, preferisco stare al caldo». Allora perché una realtà così pacifica viene messa in discussione? Per beghe interne, per smania di protagonismo e per assecondare il tentativo, in certi ambienti, di ridimensionare la sfera d’autonomia di cui dispone a proprio piacimento l’uomo forte dell’Esecutivo. Ora, ogni critica è legittima in un’ottica plurale. Spetta poi ai settori dell’informazione indicare quali elementi sono pretestuosi e quali, invece, costituiscono l’essenza stessa della gestione della cosa pubblica.















non si combatte il precariato proponendo la favola del posto fisso. questa è demagogia
Il precariato tra nostalgia di Tremonti per il posto fisso e riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali,
@ fab:
Si può discutere sulle strategie attuabili nel sistema, ma non sul senso dell’affermazione tremontiana