Le relazioni diplomatiche fra Washington e Teheran hanno subito un brusco rallentamento domenica scorsa, quando un brutale attentato kamikaze è stato messo in atto nella regione di Pishin, vicino al confine col Pakistan, ad opera del gruppo fondamentalista Jundallah, attivo da molti anni nella provincia del Sistan-Baluchistan. Tra le quarantadue vittime ufficialmente dichiarate, hanno trovato la morte diverse figure illustri nei ranghi alti dell’esercito: Nurali Shushtari (capo del battaglione Al Qods dei Pasdaran) e il generale Mohammadzadeh (comandante delle Guardie presenti in loco) sono sicuramente membri di spicco che emergono per il prestigio vantato nei confronti del regime.
Il presidente del Parlamento, Ali Larijani, ha immediatamente risposto all’offensiva scaricando la colpa degli eventi sulla Casa Bianca e sul governo di Sua Maestà: «Riteniamo che gli ultimi attentati terroristici derivino dall’azione congiunta degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Barack Obama aveva detto che tendeva la mano all’Iran, ma con quest’azione la sua mano l’ha bruciata. Il nostro popolo fa bene a non credere ai cambiamenti promessi dal governo americano, che agisce esclusivamente contro i nostri interessi». Secca è arrivata la replica da parte del portavoce del Dipartimento di Stato, Ian Kelly: «Condanniamo questo atto terroristico e piangiamo la perdita di vite innocenti. Le notizie di un presunto coinvolgimento degli Stati Uniti sono completamente false».
A dispetto di quanto avvenuto, il problema principale è la tempistica. E’ vero che l’attacco subito nel Sud-Est del paese è uno dei più gravi della storia recente del regime teocratico, però qualsiasi osservatore internazionale non può non notare la concomitanza degli eventi, vista la prossima apertura del dossier nucleare nel consesso mondiale. Operazione importante, da cui Obama spera di trarre risultati proficui, per evitare un inasprimento dei rapporti che condurrebbe l’opinione pubblica statunitense su posizioni oltranziste. Spostare l’attenzione sul sentimento antiamericano diventa, dunque, per Teheran una necessità.
Dietro questa realtà però potrebbe esserci un paese terzo, non ascrivibile in maniera diretta al blocco occidentale, un attore silente sulla scena mediorientale, la cui cabina di regia è apparentemente discreta ma in realtà determinante per gli equilibri della regione: mi riferisco all’Arabia Saudita, le cui controversie con la leadership di Ahmadinejad appaiono sempre più evidenti. Tutto è cominciato quando Teheran ha pubblicamente redarguito le autorità arabe, accusandole di maltrattamento nei confronti dei pellegrini iraniani. E’ stata solo la prima pietra su cui edificare un rapporto controverso. Il secondo evento è coinciso con la misteriosa scomparsa di uno scienziato nucleare iraniano in pellegrinaggio alla Mecca. Infine la stampa saudita, non esattamente libera dai veti governativi, ha conculcato la possibilità di distendere i rapporti bilaterali, ponendo all’indice i metodi brutali perpetrati dal regime degli Ayatollah ed evidenziando le tante ombre che hanno rabbuiato l’esito e la legittimità del processo elettorale. Come rilevato da Bhadrakumar, «il governo di Riyadh è preoccupato del fatto che lo stato dell’Iran, come potenza regionale, riceverà una spinta enorme, se il processo di normalizzazione con gli Stati Uniti subirà progressi». Ci sarebbe dunque una questione geopolitica di fondo, su cui occorrerà riflettere prima di procedere in una trattativa bilaterale potenzialmente dannosa su altri fronti.














