Khamenei e’ morto, Khamenei e’ vivo

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La struttura del regime teocratico iraniano sta profondamente mutando il proprio assetto. Rispetto all’era rivoluzionaria di Ruollah Khomeini, fondamentali equilibri d’ordine gerarchico appaiono oggi in crisi, sotto la spinta degli eventi. Il potere della guida spirituale della comunità, ad esempio, ha subito un brusco contraccolpo in seguito alla repressione avvenuta per mano delle forze dell’ordine dopo la farsa elettorale. Durante le ultime consultazioni, è bene rammentarlo, l’affermazione del partito ultraconservatore è stata fittizia, in palese sfregio di ogni principio democratico e ha causato una prevedibile sommossa popolare, prontamente sedata con l’uso indiscriminato della violenza. La dimensione terrena della gestione della cosa pubblica, un tempo secondaria e propria dell’autorità politica esercitata oggi da Ahmadinejad, ha preso lentamente il sopravvento, tuttavia una siffatta secolarizzazione sistemica non incrementa le speranze di miglioramento della regione.

Mercoledì scorso, citando “fonti eccellenti”, l’opinionista americano Michael Ledeen ha annunciato che Khamenei, colpito da un collasso improvviso, sarebbe stato ricoverato in una clinica di Teheran e ridotto in coma farmacologico. Immediatamente alcuni blogger iraniani hanno riferito di un’atmosfera tesa nelle strade, con le forze di sicurezza dislocate nelle principali vie sin dalle prime ore dell’alba per bloccare l’accesso ai vicoli adiacenti alla dimora dell’Ayatollah. Dopo tre giorni di inquietante silenzio, la tv saudita al Arabiya ha smentito l’indiscrezione, ma i ritardi, gli equivoci, i prolungati silenzi sono apparsi a molti osservatori internazionali come crepe nel muro della solidità del regime.

Se c’è una critica che legittimamente può essere posta al nuovo corso della Casa Bianca, ebbene essa concerne la politica di basso profilo attuata riguardo al dossier Teheran. Nessuno ritiene possibile un conflitto con una nazione territorialmente tanto vasta, ove sono presenti differenti e radicate confessioni religiose, le quali – nel bene e nel male – spesso trovano un minimo comune denominatore nella propaganda contro lo Zio Sam, in nome della diversa identità culturale; ciononostante il guanto di velluto indossato da Barack Obama sembra l’arma meno adatta per fronteggiare un rivale tanto imponente, strategicamente pronto a destabilizzare il fronte mediorientale con ogni mezzo in suo possesso. In questa logica, anche l’occultamento del sito di Qom diventa marginale: l’arricchimento nucleare, in prospettiva politica, è una questione basilare, ma non la questione per eccellenza. Come ha giustamente notato Jonah Goldberg sulle colonne di National Review, «il problema con l’Iran è il regime, il programma nucleare è solo un sintomo».

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