La polemica fra il direttore del Corriere della Sera ed il fondatore di Repubblica sulla querelle D’Addario dovrebbe essere estratta dal suo contesto naturale per essere esaminata e sviscerata nelle aule universitarie. Almeno in quelle dedite alla formazione accademica dei futuri giornalisti. Dietro i sassi verbali scagliati con violenza dai due autorevoli opinionisti si cela, almeno in parte, la desolante cartina di tornasole dell’informazione italiana.
Chi si approccia a questo mestiere deve preliminarmente porsi una domanda schietta: perché scrivere di ciò che ci circonda? E’ un quesito banale su cui spesso si tende a non riflettere, eppure proprio la risposta ad esso dà senso e profondità ai contributi intellettuali che si intendono fornire ad un’Italia di cortigiani, sempre più guelfa o ghibellina, troppo impegnata a dilaniarsi su sciocchezze per poter discutere delle reali problematiche di fondo. Chi fa informazione parla di politica, non si impegna in politica. Questa è una differenza che nelle nostre edicole tende ad andare in secondo piano, ad essere conculcata sotto il peso delle libere opinioni, meschinamente spacciate per fatti. Il Giornale, Repubblica, il Manifesto, l’Unità sono testate più o meno buone, ma ad orologeria: gridano la rabbia della propria squadra scandendo slogan e seminando il raccolto in vista dell’impegno elettorale futuro, in un clima di emergenza intollerabile per una democrazia occidentale.
L’atteggiamento istituzionale di Via Solferino sul caso escort è parso, invece, in piena linea con lo spirito liberale del quotidiano: da un lato sono stati forniti al lettore tutti gli elementi utili per la maturazione di un personale giudizio soggettivo, dall’altro si sono ascoltate entrambe le campane, senza preconcetti di parte, dando peso alle incognite pendenti su un caso di malcostume che solo labilmente intacca la sfera giudiziaria. Non ci sono state manette. Non ci sono stati cappi. Non ci sono state assoluzioni.
C’è stata un’analisi minuziosa delle diverse e contrastanti figure che gravitavano nell’area di Villa Certosa durante l’estate passata. Il Cavaliere può essere più o meno inviso a chi imposta la linea editoriale, ma ignorare la legittimazione popolare di cui egli gode è un crimine, specie per quella stampa sovente impegnata nella strenua difesa dello spirito della Costituzione. Perché chiamarlo Caimano, esprimendo un giudizio preconcetto che inficia l’oggettiva valutazione del suo operato? Sono osservazioni lapalissiane, lanciate da De Bortoli a più riprese, a fronte delle quali è stato posto un veto ahimè di staliniana memoria: in ossequio alla logica dei due blocchi, Eugenio Scalfari ha schematizzato il problema parlando della mancata solidarietà con un aut aut, o con noi o contro di noi. Non si ammettono eccezioni, secondo la migliore tradizione barbara: “zero prigionieri”. Si invita il premier a rispondere a dieci domande poste con tono inquisitorio, come se il prete nel confessionale fosse incerto se denunciare lo scandalo delle rivelazioni alla Curia prima di concedere l’assoluzione. Eppure, in questa vicenda opaca di personaggi non proprio smaglianti, mancano i rilievi penali di cui spesso vanamente si parla. Non è un dettaglio in un paese che ha conosciuto presidenti del Consiglio, oggi senatori a vita, capaci di giustificare le proprie discutibili frequentazioni rammentando come l’albero di un partito necessiti del concime per crescere.















Condivido in gran parte quanto hai espresso. A ciò aggiungerei pure l’effettiva crisi di vendite della stampa italiana. E’ vero che la storia della D’Addario l’ha pubblicata per primo il Corriere, ma non l’ha cavalcata come ha fatto Repubblica. Una torbida storia di sesso e potere può aiutare le vendite. Ma, in Largo Fochetti, hanno calcato troppo la mano e ciò gli si è ritorto contro. L’intervista di De Bortoli ad Annozero è stata sicuramente più efficace di quella di Mauro. Più elegante e serena. Come spesso lo è il Corriere, mentre repubblica perde sempre più credibilità con le sue posizioni barricadere.
@ PaoloV:
Sono in parte d’accordo con le tue osservazioni Paolo. Soltanto, alla luce di quanto detto, non mi spiego come Libero e il Giornale, quotidiani “urlati”, continuino a crescere nelle vendite.
vabbè perchè in quei giornali lavorano grandi giornalisti…
A voi il giudizio:
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-30/attacco-augias/attacco-augias.html
non ci si dovrebbe un minimo vergognare??
@ endriu:
Endriu puntualmente allarghi le maglie del discorso, pur di non evidenziare gli eccessi di Repubblica. Come se le idiozie sparate dai berluscones giustificassero le violenze verbali dei pargoli di Scalfari. Comunque stavolta non fai che suffragare le mie tesi: se avessi letto con attenzione il pezzo, ti saresti facilmente reso conto che tra i giornali a orologeria ho citato anche quello di Feltri.
P.S. Ovviamente non mi devo vergognare di nulla, in quanto non sono autore di quel pezzo e dissento da questa politica urlata a mezzo stampa.
Io non allargo proprio nulla.. mi attengo ai fatti! e sinceramente mi scoccio a riportare TUTTE le prime pagine di TUTTI i giorni proposte dal giornale! semplicemente per me è vergognoso che si possa ogni giorno trovare un bersaglio differente solo per gettare ombre su chi non la pensa al loro modo, gettare discredito su persone, come Augias, delle quali dovrebbero solo avere rispetto, non dovrebbero permettersi neanche! ma a loro tutto e concesso!
Posso anche io criticare Repubblica, non apprezzo l’attacco personale, ma c’è qualcuno che può dire che le accuse mosse siano infondate? non mi pare! e allora per me stiamo parlando su due piani differenti.
@ endriu:
A costo di apparire ripetitivo, non mi pare di aver sposato la causa del Giornale. Mi risulta, tra l’altro, che l’Unità accusò il padre di Storace di essere un torturatore in seconda pagina, salvo chiedere scusa una settimana dopo a pagina 16 nelle precisazioni. Non ricordo particolare indignazione in quel caso.