L’assegnazione del premio nobel a Barack Obama è stata accolta dalla grande stampa internazionale con due reazioni differenti: pungente ironia o manifesta incredulità. Quest’ultima categoria comprende al suo interno sia i pochi opinionisti convinti della rivoluzione implicita posta in atto dal presidente democratico al momento stesso dell’elezione, sia gli osservatori scettici che non hanno esitato un secondo a manifestare le proprie perplessità nel merito della scelta. E’ dovere di cronaca evidenziare come perfino il titolare della Casa Bianca abbia accolto la notizia del premio con imbarazzo, rilasciando preliminarmente un’elementare osservazione di buon senso: «non so se lo merito».
In ordine di tempo, la prima rivista a esternare sconcerto è stata National Review. Per mezzo di un fondo non firmato, dunque riconducibile alla linea editoriale, l’accento è stato posto sulla più significativa discontinuità nella conduzione della politica statunitense.
Ci arriviamo tra poco. In generale il bilancio di questo primo anno di lavoro dell’ex senatore dell’Illinois è stato abbastanza misero. Obama non ha modificato la politica estera nelle sue fondamenta, si è limitato a ricercare un dialogo diretto con tutte quelle potenze tradizionalmente ostili al governo di Washington, sacrificando le alleanze formulate dal suo predecessore con le piccole ma significative realtà dell’Europa orientale. Analoghe considerazioni possono essere tratte sulla politica interna, con due sole significative eccezioni: la sacrosanta riforma sanitaria, annunciata ma non ancora realizzata, ha già spaccato in due l’elettorato; e la crisi finanziaria, fronteggiata con un intervento più diretto dello Stato nella gestione dell’economia, non ha modificato le regole di fondo che hanno permesso il dissesto speculativo. A fronte di questo, l’unico segnale di rottura effettivo, secondo il pezzo citato, è la percezione che il “mondo” oggi nutre nei confronti della presidenza americana, laddove per “mondo”, senza troppi giri di parole, si intende in senso più ampio quel groviglio di potere che comprende «Le Monde, Der Spiegel, The Guardian, la facoltà della Brown University, il segretariato delle Nazioni Unite» e tante altre realtà.
Una banale osservazione si può inoltre porre sulla politicizzazione del titolo onorifico, la cui consegna corrisponde, da qualche tempo, ad una passerella democratica di consacrazione internazionale. Carter, Gore e Obama rappresentano il trio dei vincitori meno credibili sulla faccia del pianeta, a fronte di uomini importanti come Reagan – uno degli attori fondamentali della dissoluzione del blocco sovietico – o come lo stesso Clinton, bloccato da un insulso e pruriginoso bigottismo per la relazione impopolare con Monica Lewinsky. Questa volta però si è sfiorato il grottesco. Chi scrive condivide l’impostazione di Paul J. Saunders e spera di vivo cuore che Obama, nell’esercizio delle sue funzioni amministrative, non fallisca. E’ un auspicio sincero e doveroso, poiché il mondo – oggi più che mai – non può permettersi di avere alla guida della principale superpotenza un’autorità miope. Tuttavia, a mia memoria, non era mai stato consegnato un simile riconoscimento per un messaggio politico divulgato durante la campagna elettorale. E’ un’assurdità che grida vendetta e che sollecita financo un briciolo d’amor patrio. Se vogliamo ragionare con la giusta dose di sarcasmo, senza prenderci troppo sul serio, non capisco perché nella lista dei papabili non sia stato inserito l’ex segretario del nostro Partito Democratico, Walter Veltroni. L’ex sindaco di Roma ha sollecitato le coscienze civiche per una riflessione sul sistema produttivo che l’Occidente ha adottato, incoraggiando lo sviluppo di nuove fonti energetiche alternative; analogamente ha contrastato la deriva d’intolleranza verso il mondo musulmano, ponendo il municipio come intermediario delle diverse confessioni nel dibattito interculturale; ed il suo “Noi”, in tutta franchezza, rappresenta un affresco assai più significativo della sbiadita Audacia della Speranza di obamiana memoria. Allora perché non candidarlo al Nobel per la pace (o quantomeno a quello per la letteratura)?
E’ una riflessione farsesca, che tuttavia è stata adottata in altre parti del globo per candidare nuovi e improbabili leader. Il Moscow Times, ad esempio, ha pubblicato una nota di Vladimir Frolov molto significativa in merito. In essa si riflette:
«Medvedev condivide la propensione di Obama per la diplomazia multilaterale e ha lavorato per rendere le istituzioni internazionali – dalle Nazioni Unite al nascente G20 – più forti ed efficienti. La sua posizione pragmatica sull’Iran è probabile che conduca a compiere sforzi più significativi a livello mondiale per fermare il programma nucleare segreto di Teheran. Medvedev ha messo ordine vincente ad un conflitto non voluto da lui. Come Obama in Afghanistan, infatti, non ha tentennato in Georgia e ha dimostrato la sua determinazione per difendere gli interessi della Russia e dei cittadini, accettando decisioni difficili di politica estera, come il riconoscimento unilaterale dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud».
Siamo al paradosso temuto: nessuno merita, dunque tutti meritano. Con buona pace di Gandhi, Eleanor Roosevelt, Vaclav Havel e di tanti altri autorevoli combattenti della pace trascurati dal Comitato illustre.














