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Un altro passo avanti

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Ancora una volta la strada della diplomazia turca si intreccia indissolubilmente con la volontà politica delle grandi potenze europee, che premono incessantemente su Erdogan al fine di ottenere una svolta storica completa, seria e credibile prima di un eventuale ingresso nell’ambito comunitario. Dopo aver abolito la pena di morte, dopo essersi impegnata nei contesti di guerra in prima linea, dopo aver discusso il capitolo Kurdistan all’interno dei confini nazionali, col conseguente riconoscimento dei diritti delle minoranze linguistiche, Ankara ha posto sul banco delle questioni internazionali un’altra realtà, quella armena, tradizionalmente importante per il paese. A Zurigo i due Stati hanno firmato un accordo epocale che dovrebbe teoricamente porre fine a un secolo di recriminazioni riguardo al genocidio perpetrato dall’Impero ottomano ai danni dell’ex repubblica sovietica.

In verità la situazione peggiorò vistosamente agli inizi degli anni Novanta, in concomitanza con l’implosione del modello comunista: la destabilizzazione dell’area portò alle strette il rapporto fra le due realtà e la distanza si acuì allorché il governo turco decise, arbitrariamente, di chiudere le frontiere in segno di solidarietà con l’Azerbaigian (ormai in perenne conflitto con Yerevan per il controllo dell’enclave del Nagorno-Karabakh). Se l’Unione Europea, per mezzo della commissaria alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, ha letto negli eventi delle ultime ore la conferma del desiderio di voltare pagina per costruire un futuro diverso, il gabinetto di Baku ha condannato parallelamente l’intesa stipulata sugli equilibri del Caucaso meridionale, rammentando come «la normalizzazione delle relazioni prima del ritiro delle forze armene dai territori azeri occupati, contrasta con gli interessi del nostro paese e getta un’ombra sulle relazioni fraterne con la Turchia». Il protocollo che porterà alla stabilizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali è comunque una traccia orientativa, ottenuta grazie alle pressioni della diplomazia americana guidata da Hillary Clinton. Come ha evidenziato al Daily News uno dei leader dell’opposizione, Mehmet Sandir capogruppo parlamentare del Mph, «la firma dei protocolli è un indicatore della volontà politica dell’Esecutivo, ma la loro attuazione dipenderà dalla ratifica dei parlamenti nazionali». Una dichiarazione di guerra alle intenzioni moderate dell’odierna maggioranza.

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Esteri — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 23:20

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