I regimi inesistenti

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“Regime” è una parola che nel lessico politico italiano trova spesso cittadinanza, tanto da risultare nella maggior parte dei casi logorata, stantìa, inflazionata. Questa esasperazione del clima civile è soltanto apparentemente un retaggio della Seconda Repubblica. Uomini come De Gasperi, Fanfani, Craxi, Andreotti, cioè figure forti al potere, in questo paese, hanno sempre trovato nell’opposizione e nella stampa progressista un forte richiamo ai rischi autoritari legati alla loro presenza nelle istituzioni. Probabilmente, nell’arco dell’intera storia patria, l’unico che non è passato per questo linciaggio morale, è stato l’unico che una dittatura l’ha creata davvero. Sono cambiati i toni e la professionalità della classe dirigente, non sempre gli uomini, ed è mutato il clima sociale. Tuttavia la pessima abitudine di guardare alla libertà come un miraggio lontano, una realtà ignota di un pianeta sconosciuto, non è venuta a mancare e questo, inevitabilmente, compromette la nostra immagine internazionale. Di più: per un curioso paradosso della storia, l’afflato liberale della resistenza si è esteso a tutte le forze politiche, anche ai tradizionali bastioni del conservatorismo e ai ceti medi produttivi che un tempo costituivano la maggioranza silenziosa.

Oggi il rumore delle grida da osteria è assordante e quanti volessero discutere con moderazione si troverebbero ingabbiati all’interno di schemi mentali degni d’una guerra civile. Quando Berlusconi urla, strepita, scalpita contro un presunto regime di sinistra che avrebbe in mano la finanza, l’editoria e la giustizia italiana, non rende certamente un servigio alla nazione. Anzi, contribuisce all’adozione di una logica retorica paramilitare, ove gli avversari sono nemici sordidi che mirano a improbabili colpi di Stato. Più grave ancora è la responsabilità della stampa bene, guidata dal gruppo editoriale di Repubblica e dai giornalisti giustizialisti. L’ipocrisia di una manifestazione per la libertà di stampa che aspira alla censura di Minzolini in quanto dipendente pubblico è risultata stridente anche agli occhi dei profani.

Limitiamoci ai fatti: la Consulta, in ossequio alla logica dei pesi e contrappesi tipica delle democrazie occidentali, ha bocciato il lodo Alfano, ritenendolo incostituzionale con buona pace delle recriminazioni del presidente del Consiglio. L’opposizione si è fatta sentire immediatamente nel circuito informativo della Rai, godendo di ampi spazi non esattamente equidistanti: è difficile sostenere la neutralità di trasmissioni di approfondimento quali Ballarò e Annozero, senza snaturarne l’essenza. Sarebbe anche un torto nei confronti dei rispettivi autori, i quali hanno creato dei talk show autorevoli e manifestamente compiacenti verso una parte dello schieramento politico italiano. La magistratura, come ha scritto Battista sul Corriere, «presumibilmente è in procinto di rimettere in moto un’attività ibernata». Il tutto in un paese sovente presentato come il prodotto di una realtà orwelliana: quante miserie per una piccola realtà.

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