Il Daily Telegraph ha inaugurato la querelle con poca sobrietà, paventando ironicamente la presenza di un oscuro spettro sul destino dell’Unione Europea. Un’entità tenebrosa e affascinante, dal sorriso famoso, dichiaratamente progressista, ma attenta a non urtare la sensibilità sociale delle componenti conservatrici presenti nella collettività. Praticamente uno statista. Stiamo parlando di Tony Blair, il predecessore di Gordon Brown, che ha visitato recentemente il nostro paese, in occasione dell’annuale meeting di Comunione e Liberazione, ove ha tenuto una sorta di lectio magistralis sulla base della sua esperienza politica riletta alla luce della conversione spirituale.
E’ singolare evidenziare come spesso e volentieri nei confronti dell’ex primo ministro britannico si ripropongano i medesimi anatemi del passato.
Accusato delle peggiori nefandezze – di essere un politico che ha venduto l’anima al diavolo, un conservatore travestito da socialista, un servo degli americani – Blair ha reagito alle critiche sempre allo stesso modo: facendo spallucce e lasciando ampia libertà ai censori, certo della correttezza del proprio operato. Appartiene indubbiamente alla schiera degli “uomini del fare”, distanti anni luce dalla retorica parolaia che sembra trionfare in questo scorcio d’inizio millennio. Probabilmente giova, sulla sua cultura personale, l’esperienza maturata durante gli anni della lunga permanenza all’opposizione: la figura di una donna carismatica e arcigna come Margaret Thatcher tra le fila degli avversari storici non poteva non temprare il suo animo. Forse per questo qualcuno, negli ambienti diplomatici, ha pensato che per il profilo politico e per l’abilità internazionale mostrata durante il decennio a Downing Street, ebbene Tony Blair potrebbe essere il volto più rappresentativo dell’Europa, il presidente dell’Unione da consultare in caso di emergenza.
In Inghilterra sono convinti che il cinquantaseienne laburista abbia tutte le carte in regola per ambire a quella carica e qualche rivista impavida, come il Sun, dà per scontata la nomina tanto da azzardare l’arrivo dell’ora X verso l’ultimo giorno di Ottobre. Eppure diverse resistenze devono essere vinte. La prima, e la più stupida, riguarda il caso bellico iracheno. Su Blair grava, secondo alcuni osservatori, la responsabilità di aver dilaniato l’Europa, consentendo all’amministrazione americana di intromettersi negli affari interni, proclamando l’avvento di un Nuovo Continente opposto a quello più restio all’invasione di Baghdad. La valutazione politica della guerra non dovrebbe intaccare il profilo istituzionale dell’uomo: si può discutere se l’intervento fosse giusto o meno col senno di poi, ma non si può mettere in dubbio la buona fede del primo ministro emerito. Tanto più che la storia ha condannato all’oblio i suoi illustri rivali: Chirac, a mandato esaurito, ha deposto la corona virtuale che lui stesso si era assegnato; Prodi, dopo un breve frangente al governo, è stato costretto ad abbandonare la vita pubblica e il cancelliere Gerard Schroeder è entrato nei ranghi della Gazprom putiniana. Meno insulsa, ma ugualmente debole, appare l’obiezione del primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker, il quale – nell’edizione tedesca del Financial Times – ha ricordato la presenza di un accordo informale secondo cui il presidente non potrebbe essere espressione di una grande realtà. Se il continente deve badare a queste sottigliezze, anziché pensare alla delicatezza da usare nella gestione degli equilibri istituzionali, poveri noi, senza ombra di allarmismo, il baratro non appare poi così distante. Di natura più complessa sono le obiezioni marcatamente comunitarie. Blair viene da un Paese che non fa parte dell’eurozona e neanche dell’area di Schengen e questo è un dato di fatto difficilmente opinabile. Analogamente però Blair è stato senza dubbio il primo ministro della Corona più genuinamente europeista e ha condiviso il progetto comunitario dalla nascita al referendum irlandese. Poiché la preferenza va espressa sull’uomo, e non sul percorso politico del paese in cui è cresciuto ed ha vissuto, difficilmente nell’ambito regionale in questione sarà possibile trovare veri candidati alternativi.














