Giovedì primo ottobre il sottosegretario di Stato americano William Burns ha incontrato a Ginevra il negoziatore iraniano Said Jalili, rompendo – di fatto – il blocco glaciale che impediva ai rispettivi paesi di tenere normali relazioni diplomatiche. Il silenzio della stampa italiana, che ha accolto una novità di così evidente portata quasi con disinteresse, dovrebbe destare parecchie preoccupazioni nell’opinione pubblica: che senso ha manifestare per la libertà d’informazione, se poi il resoconto di un incontro bilaterale atteso 30 anni viene trascurato con straordinaria noncuranza in nome dell’apparizione di una escort su un programma Rai?
Al di là di questa piccola polemica, torno ai fatti, anteponendo una premessa di carattere personale dettata dagli avvenimenti di cronaca. Chi scrive segue da vicino, con costante apprensione, gli eventi del messinese. Sentendo pienamente la dimensione insulare della tragedia, è difficile ignorare i richiami della coscienza. D’istinto sarei portato a stilare un j’accuse nei confronti di alcuni Signori regionali, artefici di una politica miope che ha portato non a valorizzare il territorio, bensì a violentarlo in nome e per conto di un’illusoria crescita economica (tra l’altro mai avvenuta); certo, la colpa deve essere equamente ripartita, epperò il senso di impotenza di fronte agli eventi naturali cela una sorta di disprezzo, condiviso da gran parte della società civile, per quei rami dell’amministrazione pubblica che hanno sempre irriso i richiami ambientali alla tutela del patrimonio locale, salvo poi battersi il petto e chiedere i fondi coi cadaveri ancora caldi ripresi dai telegiornali. Un conservatorismo verde contrario al Ponte sembra fuori luogo nel nostro panorama e questo, purtroppo, è l’ennesimo problema cittadino. Tuttavia, in tale frangente, ritengo sia opportuno ritrovare la strada della perduta ordinarietà, per poter affrontare l’emergenza con il dovuto distacco analitico e per evitare che i processi sommari guidati da Roma travolgano tutto e tutti, ivi compresi i pochi ma buoni consulenti territoriali che da anni assomigliano sempre più a delle Cassandre inascoltate.
Torniamo alla dimensione sovranazionale e vediamo pertanto cos’è cambiato in questa settimana. Abbiamo già accennato all’incontro che si è tenuto fra la delegazione iraniana e quella statunitense. Dopo il faccia a faccia i rispettivi rappresentanti non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali.
La prima domanda che un osservatore attento dovrebbe porsi è: perché Ahmadinejad siede al tavolo delle trattative? La contestata rielezione alla presidenza della Repubblica islamica ha indebolito notevolmente all’interno dei confini nazionali la leadership ultraconservatrice, investita – sul fronte estero – dalla nuova polemica concernente il dossier nucleare. Sono casi diversi, per portata e natura inevitabilmente distinti, con un solo tratto comune: pongono sul banco degli imputati il medesimo soggetto, l’Esecutivo. A differenza di George W. Bush, Obama non ha posto veti prima dell’inizio delle operazioni bilaterali e ciò ha portato Teheran a riflettere sulla possibilità di modificare in corso d’opera il fulcro della propria strategia. Come ha scritto Bijan Zarmandili su Limes,
«Ora Ahmadinejad è un presidente dimezzato, ha represso l’opposizione nelle piazze, ma non nei Palazzi. E se le indiscrezioni che provengono dall’Iran sono basate su qualche elemento concreto, sarebbero in corso una serie di ampissime consultazioni per raggiungere un accordo su chi lo potrà sostituire».
Per il dominus iraniano la battaglia diventa allora vitale, poiché è in gioco la sua stessa presenza nella gestione della sfera pubblica. Teheran ha la necessità di trattare. E la Casa Bianca? Qui la questione si complica: Washington sa perfettamente quanti e quali ostacoli si frapporranno durante i negoziati prima di vedere il benché minimo risultato.
L’obiettivo naturale dell’establishment democratico è evitare una guerra potenzialmente catastrofica nella regione: l’Afghanistan e l’Iraq sono ferite aperte che non possono essere sottovalutate, anche per il peso che hanno avuto sull’elettorato al momento dell’urna. La volontà di sedersi per cercare un’intesa è quindi ben più di un’ipotesi peregrina. Tuttavia il compromesso non potrà essere al ribasso. Gli schiaffi incassati durante questi primi mesi dalla Russia, dal Medio Oriente, dal continente asiatico e infine dal Comitato Olimpico, non sono stati dimenticati da Obama. Il presidente ha dato istruzioni alla sua diplomazia per poter guidare il paese fuori dall’impasse. La tattica di Washington prevede un coinvolgimento attivo del Cremlino, non a caso le voci di una più forte cooperazione col presidente Medvedev si susseguono con una certa insistenza. Come Obama, Medvedev è giovane, incarna uno spirito nuovo e declama verbi conciliatori nei confronti dell’Occidente. In un articolo pubblicato alla vigilia del viaggio in America, ad esempio, il presidente russo spiegò come «petulanza, arroganza, insicurezza, diffidenza e ostilità devono essere eliminate dalle relazioni della Russia con i principali paesi democratici». Su questo elemento, a livello oggettivo, vige però un’incognita pesante, che ha un nome e un cognome ben preciso: Vladimir Putin. Per definire quanto oltreoceano egli sia percepito come potenzialmente pericoloso, basta citare un articolo di Ralph Peters, apparso sul New York Post proprio giovedì:
«Il leone persiano è stato l’emblema tradizionale dell’Iran. Quello della Russia dovrebbe essere un avvoltoio: il primo ministro Vladimir Putin intende alimentare qualsiasi scontro con l’Iran. Per Mosca questa crisi non riguarda l’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran. Riguarda l’acquisizione da parte russa di una morsa sui mercati energetici globali. Putin sta giocando con il fuoco, ma è sicuro che saremo noi a bruciarci».
La tesi di fondo non è così errata: è vero che Mosca ha condannato le menzogne di Teheran all’indomani della divulgazione dei rilievi fotografici che hanno dimostrato l’esistenza di un impianto nucleare segreto vicino a Qom, però è innegabile che la concezione politica di Putin è stata fino ad oggi prettamente ispirata alla logica di potenza ed influenza. Un cartello energetico con Ahmadinejad, per quanto difficile, potrebbe portare un ulteriore incremento dell’economia russa e un potere di controllo sulla variabile del prezzo delle sostanze energetiche nei mercati internazionali.














