Il rischio bocciatura

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Gli elettori irlandesi il 2 ottobre saranno chiamati alle urne per ratificare il Trattato di Lisbona, già respinto in prima battuta durante un referendum tenuto a giugno dell’anno passato. In quell’occasione la linea euroscettica dimostrò la propria consistenza nella società civile, raggiungendo il 53,4% dei consensi e ponendo, pertanto, una seria riflessione sul funzionamento delle istituzioni comunitarie e sulla corretta impostazione del processo integrativo. Come evidenziato da più parti, gli elettori europei non hanno preso pienamente coscienza della propria identità, poiché di fronte alle consultazioni elettorali reagiscono sempre allo stesso modo: manifestando col voto le proprie perplessità sulla burocrazia sovranazionale. La seconda tornata è stata decisa dalle autorità locali sulla base della volontà politica manifestata da Bruxelles: la strategia dall’alto, in altri termini, mira ad evitare l’impasse dei ventisette paesi dell’Unione, per ridare smalto in sede internazionale alla capacità diplomatica del Vecchio Continente.

Lungo questa scia i principali partiti si sono lentamente mobilitati, dimostrando tuttavia scarso entusiasmo. Ciò è testimoniato dalle ultime rilevazioni statistiche nazionali, in cui la quota degli incerti resta decisamente considerevole, probabilmente determinante. La Chiesa cattolica, con un comunicato diffuso il 22 settembre, ha manifestato la propria opinione in merito, invitando gli elettori a non alienarsi dal contesto continentale. L’incipit del documento rivela l’impostazione di fondo: «Il Trattato di Lisbona è di grandissima importanza, non solo per noi qui in Irlanda, ma anche per la forma futura del progetto europeo». Un’adesione piena e convinta da parte di tutti i vescovi, nonostante le critiche – mai rinnegate – sul mancato riconoscimento delle radici cristiane. Tuttavia questo non deve ingannare sulla presunta compattezza dell’elettorato tradizionalmente conservatore. Un’importante voce ostile alla ratifica del Trattato è quella di Gerry Adams, artefice dell’istituzionalizzazione dell’Ira e presidente del Sinn Féin. In una lettera inviata lunedì all’Irish Time, il leader politico ha sottolineato un’analogia diplomatica:

«Durante i primi giorni del processo di pace del popolo irlandese, qualcuno sosteneva che la dichiarazione di Downing Street fosse l’unica intesa possibile. Ma il Sinn Féin ha continuato a negoziare. Al popolo irlandese è stato detto che il documento-quadro era senza dubbio il miglior accordo. Ma noi non eravamo dello stesso parere. Alla fine, con la volontà politica e un duro lavoro, abbiamo collettivamente negoziato l’accordo di Belfast. Com’è stato possibile trovare un’intesa migliore nel processo di pace, così un trattato migliore è possibile per l’Europa, un accordo basato sulla democrazia, sull’uguaglianza, sulla prosperità, un accordo che sostituisce l’obsoleto e screditato Trattato di Lisbona con una nuova intesa per i nuovi tempi in cui ci apprestiamo a vivere».

Come ha scritto il Financial Times a inizio mese, la verità è che gli irlandesi non hanno sprecato molto tempo a riflettere sulle possibili eventualità legate alla decisione internazionale. La questione più importante è stata quella legata al Nama (National Asset Management Agency), una banca necessaria «per rilevare gli asset tossici dal resto del settore bancario, quasi per intero rappresentati da prestiti a costruttori edili che hanno speculato sul valore in impennata dei terreni». Le critiche che hanno colpito il Fianna Fáil rischiano così di travolgere il continente, con buona pace dell’identità comune.

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