Il cavallo di Troia dei mullah

Ascolta con webReader

Ancora una volta la doppiezza del regime di Teheran è emersa all’attenzione della comunità internazionale: a New York, durante la vigilia della sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, il presidente iraniano ha ribadito la disponibilità del paese a collaborare con i delegati occidentali per risolvere le preoccupazioni di Washington e del nuovo corso della Casa Bianca. Accolta come un’insolita apertura dalla stampa liberal, nonostante la successiva sortita antisemita a carico del governo di Israele che ha spinto i rappresentanti del blocco atlantico ad abbandonare la sala, la posizione espressa da Ahmadinejad tutto era in realtà, fuorché un passo avanti lungo la linea delle cordiali relazioni diplomatiche. Col senno di poi, appare piuttosto come l’edificazione politico-retorica di un odierno cavallo di Troia. La successiva riunione dei venti grandi della terra è stata, infatti, brutalmente scossa da una notifica dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la quale ha rilevato la presenza di una costruzione segreta per l’arricchimento dell’uranio all’interno della repubblica islamica. L’Iran ha inizialmente negato l’esistenza di una simile struttura, salvo poi tornare indietro e ammettere l’evidenza di fronte alle prove ormai in possesso dell’intelligence americana. Un atteggiamento già visto in sede internazionale durante la crisi della Baia dei Porci. All’epoca, l’idea di installare basi missilistiche – partorita da un gruppo ristretto di esponenti del Presidium sovietico – mirò a portare a L’Avana 45.000 militari, tecnicamente equipaggiati in grado di installare sull’isola cinque reggimenti specialistici pronti a lanciare sul suolo statunitense missili SS-5. L’Urss negò formalmente le accuse del Dipartimento di Stato, ma dovette cedere alla metà di Ottobre di fronte ai rilievi fotografici portati da Robert Kennedy a testimonianza dell’avanzamento dei lavori. Oggi, in un contesto assai diverso, una situazione analoga si è riproposta, secondo i dettami della dottrina vichiana sui ricorsi storici. Sembra un pedaggio alla filosofia neoconservatrice, in auge qualche mese fa, allorquando gli strateghi del Gop indicavano evidenti similitudini tra l’Impero del Male di Mosca (definizione reaganiana) e il primo pilastro dell’Asse del Male denunciato da George W. Bush.

Per evitare il possibile inasprimento delle sanzioni Ali Akbar Salehi ha evidenziato come il sito di Qom produca solo il 5% di uranio 235, un dato che porrebbe in risalto lo scopo pacifico dello stabilimento, giacché per fabbricare l’atomica ne serve il 90%. Tuttavia le rassicurazioni risultano aleatorie. Obama ha continuato la politica del pugno di ferro e della mano tesa: da un lato ha specificato che le violazioni delle risoluzioni internazionali su un tema tanto delicato non saranno tollerate e, tuttavia, ha precisato che sul fronte d’oltreoceano non ci sono chiusure preconcette per l’apertura di un dialogo. Questo ha naturalmente portato allo sviluppo di un dibattito acceso sui media americani. Hossein Askari, professore della George Washington University, dalle colonne di National Interest ha sottolineato l’intempestività delle misure dello Studio Ovale:

«Durante gli ultimi trent’anni, ci sono state molte situazioni in cui si potevano migliorare i rapporti con Teheran: all’indomani dell’undici settembre, in occasione dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, per il processo di pace in Medio Oriente, per il conflitto israelo-libanese, giusto per citare qualche situazione, ma abbiamo scelto di non coinvolgere l’Iran a causa della nostra diffidenza verso il regime e per la nostra riluttanza a dare legittimità ai mullah. Ora, dopo che il regime ha mostrato il suo lato peggiore, con elezioni truccate, un totale disprezzo per i diritti umani e il trattamento brutale dei suoi cittadini, abbiamo deciso che dobbiamo coinvolgere l’Iran con urgenza!».

Un’inversione di rotta netta e in controtendenza rispetto ai criteri tradizionali con cui è stata progressivamente definita la politica estera di Washington. La Casa Bianca, nella conduzione degli eventi, ha riposto grandi speranze sul sostegno russo, sacrificando le alleanze con i paesi dell’Europa orientale, nonostante l’indubbia divergenza di vedute. Su questo tema Sergei Karaganov, capo del Consiglio per la politica estera e di difesa del presidente Medvedev, ha manifestato molto scetticismo: «Gli Stati Uniti, naturalmente, hanno il diritto di sperare in vari compromessi su questo tema, ma non credo che la Russia li asseconderà. Noi non siamo interessati a rovinare i rapporti con il crescente potere nella regione dell’Iran». Punti di vista, chiavi di lettura differenti, che però condannano unanimemente la strategia miope del Presidente Obama.

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Segnalo
  • Diggita
  • Wikio IT
  • FriendFeed
  • Twitter
  • Live
  • Buzz
  • oknotizie
Questa voce è stata pubblicata in Esteri e taggata come , , , , . Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>