“Cari amici, dove eravamo rimasti?”. Chissà se questo registro informale, un po’ abbottonato, è stato utilizzato dal direttore del Fatto, quarantotto ore addietro, per inaugurare la nuova iniziativa editoriale. E’ un dubbio che mi è sovvenuto ieri, scorgendo il giornale e intuendo, nelle linee di fondo, una palese continuità con l’impostazione stilistica ricercata per anni alla guida dell’Unità diessina. Sì, perché chi ha vissuto quell’esperienza indimenticabile che ha portato in breve tempo il giornale di Gramsci a nuova vita, non può dimenticare i colori, le sfumature soft e le velleità diplomatiche, combaciate con l’ossessiva ricerca della pacatezza istituzionale, imposta dai due condottieri del più grande organo militante: Colombo e Padellaro.
Da giornalisti di razza, in occasione dell’approvazione parlamentare della Bossi-Fini, ad esempio, i nostri eroi promossero una prima pagina che raffigurava il mare in tempesta e una barca d’immigrati clandestini capovolta dalle onde. Il titolo, posto in alto, non lasciava margini di dubbio sull’identificazione del colpevole: la nuova disposizione normativa non ancora in vigore. Una boutade, un escamotage per aizzare la polemica, una provocazione gratuita indecente atta a conquistare visibilità nella speranza di un incremento delle vendite. Strategia di marketing sublime o killeraggio, non spetta a me dirlo, sebbene una certa visione deontologica dell’informazione mi porta a maturare giudizi più che severi su simili offensive propagandistiche. Noto però, col passare del tempo, che il vino invecchia e migliora, pertanto tolgo il cappello di fronte alle più antiche tradizioni popolari. Il Fatto non ha disatteso le aspettative. La prima pagina di Mercoledì è stata dedicata quasi interamente allo scandalo di un’indagine contro il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Pazienza se è stata pressoché immediatamente smentita da Palazzo Chigi, documenti alla mano: la calunnia è un venticello, sosteneva Rossini, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar.
Per i lettori più esigenti, insoddisfatti dall’eccessivo garantismo adoperato nei confronti di un uomo delle istituzioni, Beatrice Borromeo nell’edizione di giovedì ha deciso così di rispolverare un grande classico. “Oscurare i migranti morti, inchieste scomode”. Il titolo promette bene, almeno nell’ottica del lettore di sinistra. L’ex allieva di Santoro spiega come un atto di censura vergognosa sia stato perpetrato dall’establishment di Mediaset nei confronti di un servizio delle Iene, trasmissione che assurge al ruolo di perla bianca nel regno di Mordor. «I fatti – scrive l’ex volto noto di Annozero – sono questi: è il 28 giugno 2008, un barcone si avvicina a una nave della Guardia costiera per chiedere aiuto. Un errore nella manovra di soccorso provoca la morte di alcuni immigrati che cercavano di salire a bordo». Accipicchia. Una bomba. Sarà il riflesso condizionato di una persona abbastanza avveduta che ha imparato a navigare nel mare dell’informazione con la giusta dose di scetticismo, ma istintivamente la prima domanda che mi pongo è: le fonti sono attendibili? E qui viene il bello, perché «Tutto parte da una lettera anonima (con foto allegate) che “sembra scritta da un militare presente sulla nave della Guardia costiera” spiega Pelazza». Non una ricostruzione giudiziaria, non una sentenza, bensì un’informativa di feltriana memoria, una soffiata. Secondo tale documento il personale italiano avrebbe sbagliato le manovre di avvicinamento, da un lato scaraventando in mare la scaletta di banda – operazione insensata che avrebbe schiacciato le teste degli immigrati – e dall’altro dimenticando di spegnere il motore della Fiorillo, col conseguente risucchio dei superstiti. Non voglio entrare troppo nei dettagli, conoscendo approssimativamente la vicenda, tuttavia con la campana a morto e le certezze abbastanza esili, ragion vorrebbe che l’opinionista adottasse un basso profilo. Invece la Borromeo assume la postura di un panzer: «Certo, il governo Berlusconi già nel mirino delle Nazioni Unite per i respingimenti in mare non avrebbe gradito che si mostrassero altre scene di immigrati uccisi da italiani (e non viceversa)». Prescindendo dal fatto che ci sarebbe molto da discutere sulla legittimità di un’azione internazionale contro il nostro paese iniziata grazie al supporto di Cina, Arabia Saudita, Iran e Cuba, noti difensori dei diritti umani, quali sarebbero le “altre scene” cui fa riferimento la giornalista? A quali omicidi allude? Ha a disposizione altro materiale di cui noi non siamo a conoscenza?
Secondo me, la risposta è negativa. Il Fatto Quotidiano segue lo schema dettato nel piccolo schermo da Marco Travaglio, suo autentico Solone: prende la notizia, la destruttura, la storpia e ripresenta il tutto in tono polemico. Ciascuno ha diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni; presentarle come fatti assodati è tuttavia un insulto alla decenza.






















molto interessante, complimenti