Caro direttore, poiché Daniela Santanché invita a parlare di fatti e non di teorie, mi adeguo al suo registro e mi limito a porre una serie di constatazioni. Primo, ciarlare di velo islamico in generale non ha senso, poiché l’hijab – il copricapo posto sui capelli – non è in contrasto con alcuna norma costituzionale, a meno che non si vogliano bandire berretti e bandane con una nuova disposizione legislativa (in questo caso non ditelo al premier). Secondo, le trasformazioni delle culture ancestrali che avvengono dall’interno delle civiltà hanno sempre una rilevanza differente rispetto a quelle imposte dall’esterno. Anziché educare le masse a suon di manifestazioni di partito in cerca di visibilità, sarebbe più opportuno riflettere sulla necessità di trovare punti di convergenza su cui discutere. Terzo, nonostante la condizione femminile nei paesi arabi non sia certo rosea, non è vero che le donne sono stroncate dall’immobilità collettiva: qualche anno fa in Arabia Saudita un movimento civico promosse una petizione per abolire le restrizioni poste alle donne per la visita al santuario della Mecca e ottenne una straordinaria vittoria. Le semplificazioni banali non portano da nessuna parte.














