Il 31 ottobre del 2006 scrissi, sulle colonne della mia pagina personale, un articolo abbastanza lungimirante sulla questione del velo islamico, risollevata proprio ieri da Daniela Santanché, ex esponente di Alleanza Nazionale. Lo ripropongo integralmente come spunto di riflessione prima di due o tre considerazioni finali.
«La discussione sul velo inizia a trascendere i propri confini naturali. Si sta diffondendo, all’interno di una certa area politica, la volontà di affrontare il problema dell’integrazione di petto, senza fermarsi a riflettere sulle implicazioni di alcune futuribili norme palesemente anti-costituzionali. Si tende cioè a negare il carattere simbolico del copricapo islamico, a relegarlo ad emblema della segregazione, della vergognosa condizione femminile all’interno della galassia musulmana.
Le tematiche sollevate sono tante, perlopiù strumentali e meriterebbero una lunga riflessione. Partiamo dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che all’articolo 18 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di religione; questo diritto implica la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l’insegnamento, le pratiche, il culto e l’adempimento dei riti”. Sul piano giuridico la proposta di immolare il velo alla santità laica dello stato moderno è aberrante. Col termine “velo”, è bene sottolinearlo, indichiamo il tradizionale hijab, il copricapo posto sui capelli dalle migliaia di fedeli d’Allah. La miopia di alcuni opinionisti ci ha portato a considerare tale indumento come l’insulsa ostentazione di un credo che percepiamo distante dalla nostra cultura e dalle nostre tradizioni. Posto che questa diversità è innegabile (e si manifesta perfino nei modi di concepire la sfera pubblica), è decisamente fuorviante giudicare determinate pratiche religiose sulla base di una mentalità illuminista tipicamente occidentale, che non appartiene ai nostri interlocutori. Questo, ovviamente, non implica la rassegnazione del popolo italiano alla sottomissione predicata dagli imam, però pregiudica il braccio di ferro, lo scontro nudo e crudo fine a se stesso. In altri termini, non si sconfiggerà l’islamismo chiudendo le moschee o rivendicando una forzosa laicità; si eliminerà questa piaga con una strategia politica lungimirante, tessendo relazioni coi “moderati” e riconoscendo ai singoli individui la titolarità dei propri diritti».
Ora, chiariamo alcuni punti. In primis è necessario manifestare solidarietà all’esponente di destra per l’aggressione subita: 20 giorni di prognosi (accompagnati da minacce e contumelie), per una contrattura alla muscolatura latero-cervicale, non possono essere giustificati in alcun modo; il diritto alla libertà d’espressione in questo Paese è sacro per ogni residente, sia esso ateo, cattolico o musulmano. Restano sullo sfondo pesanti incognite circa il comportamento dell’ex parlamentare e attendiamo, in merito, ricostruzioni ufficiali della Questura: non credo sia stata una scelta oculata andare a manifestare le proprie ragionevoli critiche durante una festività religiosa, tanto più se ad esse è seguito un tentativo di “liberazione” attuato dai volontari del Movimento per l’Italia. Sì, perché stando ai resoconti riportati da SkyTG24, un gruppo di facinorosi avrebbe avviato una protesta simbolica nel tentativo di strappare il velo dal volto di alcune donne islamiche, ponendo in atto un chiaro gesto di prepotenza fisica e di violenza intimidatoria. Nell’integrazione non si procede a colpi di ruspa e questo dovrebbe essere un dato di elementare evidenza.

Le tematiche sollevate sono tante, perlopiù strumentali e meriterebbero una lunga riflessione. Partiamo dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che all’articolo 18 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di religione; questo diritto implica la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l’insegnamento, le pratiche, il culto e l’adempimento dei riti”. Sul piano giuridico la proposta di immolare il velo alla santità laica dello stato moderno è aberrante. Col termine “velo”, è bene sottolinearlo, indichiamo il tradizionale hijab, il copricapo posto sui capelli dalle migliaia di fedeli d’Allah. La miopia di alcuni opinionisti ci ha portato a considerare tale indumento come l’insulsa ostentazione di un credo che percepiamo distante dalla nostra cultura e dalle nostre tradizioni. Posto che questa diversità è innegabile (e si manifesta perfino nei modi di concepire la sfera pubblica), è decisamente fuorviante giudicare determinate pratiche religiose sulla base di una mentalità illuminista tipicamente occidentale, che non appartiene ai nostri interlocutori. Questo, ovviamente, non implica la rassegnazione del popolo italiano alla sottomissione predicata dagli imam, però pregiudica il braccio di ferro, lo scontro nudo e crudo fine a se stesso. In altri termini, non si sconfiggerà l’islamismo chiudendo le moschee o rivendicando una forzosa laicità; si eliminerà questa piaga con una strategia politica lungimirante, tessendo relazioni coi “moderati” e riconoscendo ai singoli individui la titolarità dei propri diritti».



















