La tesi che in questa sede intendo supportare è molto semplice e parte da un assunto di fondo. Si può nutrire qualsivoglia idea sullo smarcamento politico del presidente della Camera dei Deputati dai capisaldi tradizionali del berlusconismo. Si possono condividere o rifiutare aprioristicamente le obiezioni che la Fondazione Fare Futuro solleva, si può appoggiare o criticare la linea editoriale dettata da Montecitorio al Secolo d’Italia, si può parlare di una positiva evoluzione laica del gruppo dirigente di Via della Scrofa o di una pericolosa involuzione anticlericale, volgare e bieca in quanto condizionata da esigenze politiche; ciò che appare difficilmente sostenibile nell’alveo delle opinioni sensate è l’idea secondo cui Fini si muoverebbe, o meglio incarnerebbe egli stesso, la via italiana verso la direttrice della destra europea.
Nell’affrontare questo punto permettetemi però di aprire un’incisa sulla vita interna di Alleanza Nazionale, prima e dopo Fiuggi, una parentesi doverosa per i lettori che non hanno acquisito con gli anni la dimestichezza necessaria per manovrare gli aspetti più marcatamente politologici del “polo escluso”. Chi ha conosciuto la vita del vecchio Movimento Sociale Italiano, in presa diretta o per lo studio delle diverse mozioni congressuali contenute nella lodevole bibliografia stampata durante gli anni ’90, ben rammenta il peso e le opinioni delle diverse fazioni negli equilibri interni. Non si poteva parlare naturalmente di correnti, giacché il potere da dividere era davvero poca cosa (tanto a livello territoriale quanto a livello centrale), ma si poteva tranquillamente parlare di differenti modi di concepire la politica e il ruolo del partito nella società italiana. C’erano i movimentisti, i futuristi, i nostalgici, i fautori dello sfondamento a sinistra, i sessantottini, i conservatori. Romualdi, ad esempio, col senno di poi, merita il giusto riconoscimento che Luciano Lanna ha voluto tributargli: è stato un uomo di lungimiranza evidente, capace di dare un substrato intellettuale alle sue battaglie culturali, in una prospettiva ghibellina rispettosa dell’autorità ecclesiastica; Pino Rauti, fra le mille ombre che avvolsero il suo itinerario sulla scena pubblica, fu l’autentico ideologo di un superamento progressista della propaganda “operaia” diffusa dall’Avanti e dall’Unità. Il vecchio Fronte Popolare, per dirla in termini più riduttivi, fu scavalcato sulla riva gauche dai neofascisti, capaci di mettere ai vertici dell’agenda temi quali la questione sociale, l’assegnazione di un riconoscimento economico alla maternità, la partecipazione agli utili d’azienda da parte dei lavoratori (oggi tornata in auge nell’establishment sindacale). Roba da far spellare le mani alle feste del Pd.
In questo contesto Gianfranco Fini fu sempre all’opposizione, capo – per dirla alla Buttafuoco – di un’area «retriva e nostalgica», fuori dai giochi, pronto a contestare gli input della sua generazione, a levare la propria voce e gli scudi a difesa della linea a oltranza almirantiana, magistralmente contestata di recente dall’opinionista del Foglio Alessandro Giuli. Fini fu talmente fedele ai dettami del partito da essere nominato segretario del Fronte giovanile in seguito al commissariamento dello stesso, voluto da Re Giorgio in occasione del trionfo dell’opposizione interna guidata dal rampante Marco Tarchi.
Naturalmente in politica il lungo viaggio nelle istituzioni modifica la caratura dei leader, ne affina il senso dello Stato e fa ponderare meglio gli errori della gioventù. Sono convinto della buona fede del presidente della Camera quando indica in Einaudi o De Gasperi la figura del più grande statista del secolo scorso per il nostro Paese, a dispetto di ciò che diceva qualche anno addietro. Così come plaudo alla scelta di un possibile riconoscimento delle coppie di fatto, operazione in sé discutibile, ma indubbiamente un passo in avanti rispetto all’ostracismo riservato ai maestri elementari omosessuali. Tuttavia poiché il giudizio politico gli osservatori lo maturano nel tempo, e non alla luce dell’ultimo dispaccio d’agenzia, si può tranquillamente annuire sulla sensatezza di alcune obiezioni di Fini, pur ripudiando la sua leadership, in quanto persona inadatta a incarnare quel bagaglio di valori di cui oggi vorrebbe farsi artefice e promotore.
Ciò detto, le divergenze che sussistono fra le posizioni finiane e quelle della destra europea sono evidenti. L’ascesa di Sarkozy verso l’Eliseo è stata lunga e complessa ed è passata attraverso un’operazione di recupero dei valori “di destra” presenti nella società. Sarkozy ha contestato aspramente il politicamente corretto, dando della “feccia” agli immigrati presenti nelle banlieue, senza mezzi termini. Violando i tabù della Francia repubblicana, ha pronunciato uno stop al mito del Sessantotto, all’egualitarismo forzato, alla noncuranza sulle politiche immigratorie e all’onnipotenza dello stato sociale. Circa il rapporto controverso con la Chiesa, ben lungi dal prendere di mira il “clericalismo parlamentare”, ha invitato i cittadini a riflettere su un punto: «Rispettare la Chiesa significa riconoscerle quella vocazione a difendere coloro che nessuno difende, quella tradizione di apertura, di conforto, di fraternità». Quanto a Cameron basti pensare che il leader britannico, custode dell’identità nazionale, si è affrettato ad uscire da quel gruppo popolare in cui Fini brama di trovare legittimità.
Sono diversità evidenti che non possono essere taciute per spirito di partito. Se il Pdl deve essere un soggetto repubblicano, come vuole Flavia Perina, le corti che circondano i diarchi devono cessare di esistere. Immediatamente.















Pingback: Notizie dai blog su «GIANFRANCO FINI – SFIDA A BERLUSCONI» : l’anticipazione (il Fatto Quotidiano)
Pingback: Notizie dai blog su Chi volesse capire come, perché e dove vuole andare a parare Gianfran