Verso l’Unione Asiatica?

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Il successo trionfale del Partito Democratico ha radici profonde ed è frutto di una maturazione elettorale della società civile, che ha aperto per la prima volta ad un sostanziale cambiamento, premiando un’alternativa di governo progressista. Le consultazioni hanno posto fine all’era del Partito liberaldemocratico, un’era che ha raccolto – nel bene e nel male – ragguardevoli successi: basti pensare alla profonda trasformazione della potenza nipponica nell’immediato dopoguerra. Una nazione distrutta, con l’anima frastornata da due bombe nucleari, ha risalito la china progettando misure ispirate al rigore e all’umiltà, tornando fra le potenze più importanti del globo sia a livello politico, sia a livello di produttività economica. Oggi però esistono altre sfide cui la coalizione conservatrice, da un po’ di tempo, palesemente non riusciva a far fronte: i riflussi della precaria stabilità dei mercati ed il disastroso stato delle finanze pubbliche sono incognite che hanno profondamente pesato sull’esito delle consultazioni.

Si è scritto molto su una presunta ostilità alla politica di Washington da parte del neopresidente Hatoyama. La scorsa settimana, infatti, il New York Times ha pubblicato un intervento del leader del Partito democratico, un pezzo critico, ove si processava simbolicamente il capitalismo occidentale, ponendo come termini di esempio i risultati fallimentari della guerra in Iraq e della crisi finanziaria. Il fondo si chiudeva con una previsione:

«l’era della globalizzazione guidata dagli Usa sta per giungere alla fine e ci stiamo muovendo verso un’era multipolare».

In questa prospettiva geopolitica Hatoyama ha spostato nuovamente l’attenzione verso i propri confini, ribadendo la vitalità della regione asiatica e la fondamentale importanza di una Comunità regionale sul modello dell’Unione europea, per dar luce ad una corretta impostazione degli assetti fondamentali dell’equilibrio internazionale. Apriti cielo: gran parte della stampa ha letto tra le righe un monito alla Casa Bianca ed il velato tentativo di ribadire la propria indipendenza ostile nell’ambito di rapporti più distesi con il colosso cinese.

Ma perché Obama dovrebbe opporsi a relazioni proficue tra Tokyo e Pechino è un mistero. Come ha scritto Jeff Kingston, gli Stati Uniti stanno inserendo progressivamente la Cina come soggetto imprescindibile nel palcoscenico internazionale, dunque un miglioramento delle relazioni diplomatiche non verrebbe visto con sospetto, ma anzi incoraggiato posta l’importanza dell’impatto commerciale per l’alleato americano. D’altronde già Koizumi nel 2003 aveva agito lungo queste direttive e non si era aperto nessun contenzioso internazionale.

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